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Arte contemporanea nel duomo di Reggio

8 gennaio 2012
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Da domenica 20 novembre, la Cattedrale di Reggio Emilia è abitata da opere d’arte che caratterizzano il nuovo assetto dei poli liturgici: l’altare di Claudio Parmiggiani, la cattedra episcopale di Jannis Kounellis, la scala che conduce all’ambone e il leggio di Hidetoshi Nagasawa, il porta-cero monumentale di Ettore Spalletti – opere, tutte, che fanno da felice contrappunto all’architettura e agli antichi dipinti e sculture che la storia di un millennio ci ha consegnato, tornati a nuova vita dopo il restauro avviato nel 2004. E dall’anno scorso, chi si avventura nella splendida cripta recuperata, incontra, lungo la scala, due interventi scultorei di Graziano Pompili e, sull’altare, un aereo capocielo, simboleggiante il vento dello Spirito Santo, di Giovanni Menada, il quale ha pure realizzato l’incensiere utilizzato durante il rito di Dedicazione dell’altare e di consacrazione delle nuove opere.

Come ben sa chi abbia una qualche dimestichezza con l’arte contemporanea, si tratta di artisti di assoluto valore, anche internazionale. Ma, al di là di questo, quel che conta è il desiderio, da parte di chi frequenta la Cattedrale o avrà occasione di entrarvi, di non passare banalmente accanto a queste opere, ma di fermarsi e di misurarsi con le loro forme e i loro colori, e con la simbologia profonda che gli artisti hanno voluto incorporarvi. L’altare di Parmiggiani è costituito da due blocchi di marmo, provenienti dalle cave di Michelangelo, semilavorati in epoca romana – come testimonia la sigla del cantiere inscritta su uno dei lati –, poi abbandonati e ora recuperati, e s’erge solenne su una base circolare, muto testimone dei due millenni di storia che ha saputo attraversare, conservando la sua primitiva, universale forza d’impatto. La cattedra di Kounellis è stata realizzata con le vecchie assi di un soffitto a cassettoni del Quattrocento, le quali ancora recano i chiodi, fatti a mano, con cui furono fissate; sopra se ne stanno la sedia vescovile e due sedili, segnati dalla ruggine del tempo – dunque, una duplice suggestione: “la cattedra non ha forma di trono”, come peraltro indicava una nota della CEI del 1996, e  i chiodi sono un richiamo alla Croce di Cristo. La scala in marmo bianco di Carrara, a forma di stella, che conduce all’ambone, e il supporto dell’Evangeliario in bronzo dorato, la cui forma ad ali di colomba ripropone il motivo dell’aquila di San Giovanni, sono state realizzate da Nagasawa, che ha pure creato la Croce gloriosa destinata a essere sospesa in fondo alla navata, davanti all’altare, e purtroppo ancora non esposta: una palma con le fronde che spunta da una barca; entrambe si riflettono in un’ideale superficie d’acqua, e vanno così a formare la Croce gloriosa, che ricorda le antiche Croci cristiane. Il candelabro di Spalletti è costituito da due semicilindri, internamente rivestiti con oro a foglia: questa sorta di feritoia, illuminata dall’esterno, sprigiona luce, in sintonia con la tradizione ebraica della colonna di fuoco di notte, e della nube di giorno, che guidavano il popolo nella sua attraversata del deserto; la feritoia allude pure alla separazione delle acque nel Mar Rosso.

I materiali usati, e la ricchezza simbolica dispiegata, sono in assoluta coerenza con la poetica dei quattro artisti, tutti in un qualche modo riconducibili all’arte povera e a quella concettuale, così segnate dall’esigenza di andare alla radice profonda dell’atto artistico – pensiamo all’opera di Nagasawa, al senso di sospensione e di levità che sempre spira dai suoi lavori, al loro carattere profondo di spiritualità. Va detto che la scelta di questi quattro artisti è stata del tutto coerente con gli obiettivi che lo stesso Vescovo Caprioli si era posto creando a suo tempo una Commissione per la progettazione di un assetto liturgico rispondente ai principi del Concilio Vaticano II, della quale erano stati chiamati a fare parte: Mons. Giancarlo Santi, già responsabile dell’Ufficio Nazionale Beni Culturali della CEI; Mons. Tiziano Ghirelli, direttore dell’Ufficio diocesano dei Beni Culturali e del Museo Diocesano; l’Arch. Mauro Severi, progettista e direttore dei lavori di restauro del Duomo; l’avvocato Giorgio Notari; padre Andrea Dall’Asta, direttore della Galleria San Fedele di Milano e della Raccolta Lercaro di Bologna. Si trattava dunque di completare ciò che si era avviato nel 1968 con lo smontaggio dell’altare, dal quale si celebrava la messa dando le spalle ai fedeli, e di riaffermare il ruolo fondamentale dell’assemblea, con le persone che ora più non vedono solo la nuca di chi sta davanti a loro: dunque, non banchi, ma sedie, che permettono una disposizione più flessibile e dinamica. Mentre il nuovo altare conserva e accresce la sua funzione primaria di punto di riferimento immediatamente visibile da chi entra in Duomo, la trasformazione del pulpito in ambone e la collocazione della cattedra nella navata sono coerenti con l’impostazione voluta dal Concilio: dall’ambone s’annuncia la parola di Dio, di cui il Vescovo è il primo uditore. E, ritornando agli artisti scelti, come dimenticare la suggestione delle parole di Jerzi Grotowski, dal cui “teatro povero” è stata mutuata la definizione di “arte povera”: “il teatro non può esistere senza la relazione con lo spettatore, in una comunione percettiva, diretta”?

La celebrazione di domenica 20 ha dimostrato che queste opere sono funzionali alla celebrazione liturgica, sono davvero “opere per la liturgia”. Chi sostiene, o pensa, che l’arte contemporanea, con i suoi specifici linguaggi, non possa “contaminare” l’antico dovrebbe riflettere sulla prova di questa felice convivenza, in cui antico e moderno reciprocamente si valorizzano – del resto, così è da millenni, anche nelle chiese. Se poi la Chiesa, come ha finalmente detto di volere fare con Paolo VI e Benedetto XVI, intende dialogare con gli artisti, questi sono alcuni dei linguaggi con cui deve necessariamente misurarsi, in un percorso di reciproco ascolto e dialogo – a Reggio, con i quattro artisti sono state condivise le considerazioni sulla liturgia che la Commissione andava definendo, ed è stato chiesto loro di confrontarsi con le diverse problematiche di carattere biblico, teologico e liturgico-celebrativo. Esperienze come questa possono aiutare molti a cogliere la tensione allo spirituale e al sacro che c’è in tanta arte contemporanea, ad aprire nuove prospettive nella stessa arte sacra, e a sfatare la leggenda secondo cui il popolo di Dio sarebbe eternamente ostile al nuovo, e legato solo a pratiche di devozione con immagini e statuette della tradizione. Dunque, la Cattedrale di Reggio Emilia non è certo stata “assassinata” da queste opere, ma esaltata, e con essa anche una città, come la nostra, che nel passato diede vita a straordinarie esperienze di innovazione culturale e che ha saputo anche di recente accogliere tanti segni del contemporaneo. E tuttavia, è storia ricorrente, quella di Reggio, provare a un certo punto, di fronte al nuovo e a certe esperienze ormai consolidate, la “paura di volare”, sentire l’oscuro desiderio di ritirarsi in un guscio protettivo, abbandonare ciò che di valido si è saputo fare o si progetta di realizzare nell’immediato futuro per rifugiarsi nel porto delle piccole certezze – si pensi solo alla strenua difesa di una fontana, quella davanti al Teatro Valli, che poteva figurare nel giardino di una qualche villa liberty,  e non in una grande piazza, e che oggi nessuno più rimpiange… Le piccole certezze, siano esse della società politica o di quella civile, sono più che mai illusorie nei tempi della verità in cui ci troviamo, e ci troveremo, a vivere – come diceva Bob Dylan, “A Hard Rain’s A-Gonna Fall”, “cadrà una dura pioggia” –, nei quali occorreranno il conforto della bellezza e la perenne tensione di un pensiero creativo, vitale, consapevole dei valori della tradizione, ma aperto ai segni del nuovo.

 

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Commenti

  1. Inviato da Andrea Casoli il 29 novembre 2011, 21:02

    Molto interessante!

  2. Inviato da claudia il 29 novembre 2011, 21:59

    Le opere mi piacciono allora, i fanatici…pauuuura!!!!

  3. Inviato da carlomagno domenico il 30 novembre 2011, 08:21

    Le opere sono molto interessanti,e mi piacciono molto,finalmente fuori da un provincialismo tipicamente reggiano.

  4. Inviato da carlo pellacani il 14 dicembre 2011, 20:11

    Condivido le valutazioni di Parmiggiani e apprezzo lo sforzo innovativo (di adeguamento ai tempi) della Chiesa reggiana. Forse sono troppo “modeste” le sedute, e ancor più poco funzionali al rito liturgico e alla preghiera, ma a questo si può rimediare. Inoltre, non apprezzo molto l’elenco dei donatori, che richiama infauste guarentigie e ostentazione di fede. Complimenti, comunque, per il commento, per il restauro e l’adeguamento liturgico-funzionale.
    Carlo Pellacani

  5. Inviato da Nadia rosati il 21 dicembre 2011, 14:34

    Dopo una così bella presentazione, per la maggior parte condivisibile, sarò accusata di lesa maestà, oppure di indicibile ignoranza se affermo che la cattedra episcopale di Kounellis non mi piace per niente? Capisco le assi antiche e i chiodi che richiamano la croce di Cristo capisco l’arte povera ma, messa così com’è, mi pare un’opera montata alla meglio con quel che c’era, destinata ad un uso temporaneo, breve e improvvisato, in contrasto e fuori dal contesto e destinata ad essere poi smontata e buttata. Questo ha suscitato in me vedendola, nonostante conosca benissimo il riconosciuto valore di Kounellis. Mi piace invece il resto: l’altare di marmo bianco, anche se nel buio appare un po’ spettrale, ma suggestivo; il portaceri, la scalinata e le altre opere.

  6. Inviato da Emanuele Filini il 23 dicembre 2011, 17:56

    Restauro di valore, interessanti le opere, qualche perplessità sulla cattedra di Kounellis e il porta-cero di Spalletti, che legano poco con l’ambiente, ma a volte anche il sasso nello stagno serve.