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Deboli discriminati.
I dati del We World Index 2017

23 maggio 2017
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Partiamo dalle forme dell’esclusione. Nel mondo una donna su tre sperimenta ogni giorno forme gravissime di violenza, abuso e discriminazione. Stiamo parlando di almeno due miliardi di persone sparse in oltre cento paesi. Tra il 2016 e il 2017 il loro numero è aumentato di circa 22 milioni. Complici guerre, carestie dilaganti, emergenze sanitarie dimenticate, ma non solo. Le forme del sopruso nei confronti di chi è più debole molto spesso sono invisibili e possono infiltrarsi anche nelle maglie di quelle società che si considerano più evolute semplicemente perché più ricche e tecnologicamente avanzate.

Uno strumento essenziale per fotografare le discriminazioni nel mondo è il rapporto WeWorld Index 2017, giunto quest’anno alla sua terza edizione. L’analisi, altamente in- novativa, considera il progresso di un paese partendo dalle condizioni di vita dei soggetti più a rischio di esclusione, come le bambine, i bambini, gli adolescenti e le donne. E lo fa servendosi di indicatori non economici, rispondendo così a un’esigenza molto attuale: una società non può essere studiata soltanto attraverso i numeri del prodotto interno lordo o del reddito pro capite. Una persona non è solamente un lavoro o un salario.

Un radicale cambio di paradigma è necessario. Concetto cardine del WeWorld Index 2017 è quello di “inclusione sociale”, entrato anche nell’agenda dello sviluppo sostenibile “ Obiettivo 2030 “ dell’Onu (compare per sei volte nei 17 obiettivi) e che l’ Unesco si è impegnatto a realizzare per i settori di competenza (educazione, scoienza, cultura, comunicazione ). Indica la qualità della partecipazione e del coinvolgimento delle persone in tutte le dimensioni della vita sociale: sanitaria, educativa, lavorativa, culturale, politica, informativa, la sicurezza e il rispetto dell’ambiente e la parità di genere.

Tale multidimensionalità è inquadrata nel rapporto attraverso 14 indicatori raggruppati in 17 dimensioni o macro-aree, l’uso di fonti internazionali (Onu, Banca mondiale, ecc.) e interviste sul campo. Ogni dimensione corrisponde a un aspetto della vita considerato determinante per l’inclusione di bambine e bambini, adolescenti e donne. La diagnosi che emerge è sorprendente. Gravi rischi per l’inclusione di donne e bambini ci sono non solo nelle aree più povere del mondo, ma anche in quelle più ricche e sviluppate. I governi sanno bene che cosa occorre fare. Manca però un piano globale, un’agenda comune che possa unire e rafforzare gli sforzi.

Dal Rapporto 2017 emerge innanzitutto una triste conferma: l’Africa sub-sahariana e l’Asia meridionale sono le aree più critiche del mondo. In molti stati di queste regioni non sono garantiti i diritti fondamentali come la salute e l’educazione. Malgrado alcuni progressi, la mortalità materna e infantile, il mancato accesso delle bambine all’educazione, il lavoro minorile e lo sfruttamento economico delle donne continuano a essere le principali forme di violenza e di discriminazione. La situazione è drammatica soprattutto nella Repubblica Centrafricana, all’ultimo posto nell’indice stilato nel WeWorld Index 2017. A causa del terribile conflitto civile, degli scontri tribali e della siccità i bambini e le bambine sono privati della possibilità di studiare, costretti a fuggire perdendo i legami sociali, gli affetti, la casa. Diventano allora profughi in altri paesi africani o cercano la via dell’Europa. Entrambe le strade sono lastricate di orrori e morte.

Benché le politiche inclusive siano ormai note, i governi locali non fanno nulla per attuarle con coerenza. Innanzitutto — affermano gli autori del rapporto — occorrerebbe che in tutti i paesi con gravi o gravissime forme di esclusione si sfruttasse la finestra dei “mille giorni” (dal concepimento ai primi due anni di vita) per garantire nutrizione e accesso alla salute alla madre, al bambino e alla bambina. Solo così sarebbe possibile prevenire malattie e ritardi nello sviluppo per milioni di piccoli. E’ necessario poi favorire un percorso scolastico di qualità per contrastare lo sfruttamento del lavoro minorile (compreso quello nell’economia familiare) e specialmente la discriminazione delle bambine. L’Africa e l’Asia non sono casi isolati. In Europa occidentale e orientale i diritti di bambini, bambine, adolescenti e donne non sono sempre rispettati. Negli ultimi anni in diversi paesi (tra i quali Francia, Spagna, Italia, ma anche Germania) non è affatto migliorata l’inclusione delle donne, mentre è addirittura peggiorata quella di bambine, bambini e adolescenti. Molto spesso una donna è costretta a lavorare quattro volte più di un uomo per raggiungere l’unico obiettivo di essere pagata. Non di essere pagata di più o uguale a un uomo, ma soltanto di essere pagata.

C’è poi un altro capitolo amaro: la povertà infantile. Oggi più di 26 milioni i cittadini europei under 18 (il 27 per cento) sono a rischio di povertà o grave esclusione sociale. La grande crisi economica scoppiata nel 2008 non è stata solo economica. Ha distrutto i sogni e le speranze di molti adolescenti e ragazzi, come dimostra il crescente fenomeno dei Neet ( che significa “Not in Education, Employment or Training”, cioè i giovani che non studiano, non lavorano o non si formano) e che quindi non possono nemmeno comparire nelle statistiche ufficiali. Le future politiche sociali dovranno avere l’obiettivo di dare a questi giovani non solo sicurezza e sostegno, ma anche progettualità, fiducia nel futuro e nelle istituzioni. E non da ultimo, coraggio. Nessuno deve restare escluso: questo è il monito che risuona nelle pagine del WeWorld Index 2017.

E’ questo un tema generale che da diversi anni impegna anche il Club per l’Unesco di Reggio Emilia, che si propone da sempre di dare una visione globale dei problemi che attanagliano la nostra epoca, dedicando una sessione di studi nella Giornata Mondiale per i Diritti dell’Uomo, che nella nostra città si terrà nella mattinata di  Lunedì 11 dicembre 2017.
Vincere la sfida è possibile: le risorse ci sono, i mezzi anche, come conferma anche l’agenda dello sviluppo dell’Onu.
Il futuro può essere più sostenibile. Per tutti.

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