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SE MANCA L’ACQUA
è PERCHé MANCA IL FUTURO

4 agosto 2017
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Nei giorni scorsi il consiglio direttivo del Club per l’Unesco di Reggio Emilia, sulla base delle analisi e raccomandazioni della sessione estiva dell’apposito “Gruppo  di studio interdisciplinare” sulla Riserva MaB – Unesco dell’ Appenino Tosco-Emiliano, istituito nel suo ambito nel settembre 2015 a pochi mesi dopo il riconoscimento avuto dalla sede mondiale dell’ Unesco di Parigi, ha deciso che il convegno autunnale,  che vuole annualmente fare il punto dello stato di avanzamento della stessa Riserva, avrà come tema “La risorsa acqua: un fonte decisiva e strategica per il futuro della Riserva MaB-Unesco”.

Già nei mesi scorsi la siccità aveva colpito quasi tutta l’Italia, dalla Pianura padana  alla Sicilia, mettendo a rischio un regolare approvvigionamento idrico a scopo irriguo. Ma essa aveva avuto una limitata eco sugli organi di informazione. Nel momento in cui la crisi idrica interessa la capitale d’Italia e la domanda potabile, invece, si accende un intenso dibattito. Sulla stampa si ricercano le cause: il conflitto politico tra la Regione Lazio (strumentalmente ambientalista?) e il Comune di Roma; i mancati investimenti  dell’ACEA per ridurre le perdite idriche (abnormi, il 43%); il ritardo nel contrasto al riscaldamento globale, origine dei cambiamento climatici, oggi più a rischio se l’accordo di Parigi fosse vanificato dalla posizione di Trump.

Analisi infondate? Certamente no. Il punto debole è che una causa da sola non coglie la complessità del problema e non contribuisce a risolverlo. La logica dell’et-et dovrebbe sostituire quella dell’aut-aut , affrontando due problemi strutturali prioritari per il nostro Paese. Il primo è la vulnerabilità ai rischi naturali, in particolare agli eventi idrologici estremi (piene e siccità). Il secondo è l’attuale debolezza della governance delle risorse idriche.

Sul primo tema c’è la necessità di adottare la strategia internazionale consigliata dalle Nazioni Unite per la mitigazione del rischio dei disastri naturali: dare preminenza agli interventi di prevenzione e preparazione. L’espressione “dalla gestione dell’emergenza alla gestione del rischio” non è uno slogan, ma un obbligo per i decisori di privilegiare le misure programmate in anticipo e connesse ad un sistema di monitoraggio, rispetto agli interventi frettolosamente decisi durante la calamità. Una misura prioritaria è il recepimento  dell’indicazione del Gruppo di lavoro europeo “Drought and water scarcity” (2007) di redigere il “Piano di gestione della siccità”, all’interno del Piano di gestione del distretto idrografico, oltre che nell’ambito di ciascun ATO idrico per l’uso potabile.  

Anche per il governo e la gestione delle risorse idriche appaiono prioritarie alcune azioni di medio-lungo periodo: migliorare la normativa, riformando il Testo Unico dell’Ambiente (D.Lgs. 152/2006), semplificando gli strumenti di pianificazione (otto piani in Italia contro i due europei!), avviando le Autorità di distretto e coordinando le competenze, ripensare in modo omogeneo per tutte le Regioni la struttura degli ATO idrici, le modalità di affidamento ad aziende pubbliche o private e le tariffe, che dovrebbero coprire la spesa per gli investimenti non più procrastinabili nei sistemi idrici, garantendo l’acqua bene pubblico anche alle fasce più deboli.

La lunga lista delle priorità non deve procurare scoraggiamento. Può aiutarci l’invito di Papa Francesco al Consiglio d’Europa (2014): “Per costruire il futuro… servono memoria, coraggio e sana utopia”. Speriano in un sussulto di responsabilità sia del governo centrale, come degli enti locali, a partire dalla Regione, che oggi ha fin troppe competenze e non sempre gestite bene!


Un’immagine storica della “Nave” di Mancasale

 

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