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ANCORA, OSTINATAMENTE, PER LA “CULTURA”

9 Dicembre 2013
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Ancora, ostinatamente, per la “cultura”, senza “mettersi gli occhi in tasca”.
Dopo mesi e mesi d’affanno nell’esercizio delle proprie attività, capita che finalmente s’aprano squarci di tregua: sono giornate utili per riflettere, senza il fardello di scadenze da rispettare e di solleciti per i ritardi accumulati – finalmente posso anche riaffacciarmi su “8×8” con alcune note, dopo quasi un anno di silenzio. Sono successe tante cose, da allora; pure se, per le stesse ragioni che ho indicato all’esordio, la mia attenzione su quel che è avvenuto a Reggio è stata parziale ed episodica, e mi mancano dunque molte sequenze del film che è andato in onda. Ciò che s’andava invece svolgendo sul palcoscenico nazionale mi è, perlomeno come rumore di fondo, noto – dalla crisi pervasiva e persistente che sta minando la nostra economia e la nostra società, dalle primarie del Pd di un anno fa a quelle in corso, dagli esiti elettorali, con i tormenti e gli impantanamenti che ne sono seguiti, ai sussulti berlusconiani per restare ancora in scena. Pur visto da un osservatorio domestico, proprio di chi passa ore e ore in casa, le vicende sono desolanti, e si presterebbero a molte tristi considerazioni. Quel che ne resta, comunque, almeno per me, è la sensazione di una sorta di perenne immutabilità, e di impossibilità di cambiare, certi caratteri di fondo del nostro Paese. Se mi interrogo sul come si possa spiegare la nostra storia politica recente, fornirei almeno due indicazioni: la “cultura” profonda di una parte consistente degli italiani, quel lontano retaggio, proprio del nostro carattere nazionale, radicato da secoli – mi riferisco al fascino del tornaconto e dell’interesse personali, quel particulare di cui parlava Guicciardini –; l’incapacità di chi, pur dichiarandolo a parole, non ha mai creduto fino in fondo, e davvero operato e seminato, per immettere nella società anticorpi che debellassero aspetti deteriori della nostra concezione civile: il perenne viversi come sudditi e non come cittadini.

Nello stesso tempo, costantemente riemergono comportamenti che sono inscritti nella cultura di una forza politica (sto parlando del Pd), che paiono non mutare mai – faccio riferimento, in questo caso, a ciò che si è verificato negli ultimi mesi con l’arrembante sfida di Matteo Renzi. Cominciai a interessarmi alla politica alla metà degli anni Sessanta, ed uno degli aspetti che nei decenni successivi non sarei mai riuscito a condividere, in una parte dei dirigenti e del popolo del Pci – che conoscevo abbastanza bene per la mia cultura politica di sinistra –, era la rapida trasmigrazione, magari rafforzata da parole di aperta convinzione, in occasione dei mutamenti di dirigenti nazionali e locali, nelle file di chi apparisse il vincitore annunciato. Mi chiedo, ancora oggi, le ragioni di queste “conversioni” – che pure possono esistere, come ci ricorda la vicenda di Paolo di Tarso… –: la disperazione diffusa per anni e anni di manifesta incapacità di affermare le proprie idee nel corpo dell’elettorato? il naturale riflesso in parte di un gruppo dirigente selezionato attraverso la cooptazione dei fedeli e degli amici (con gli stessi giocatori che indossano, in cangiante successione, le maglie di dirigente politico, di amministratore pubblico, di dirigente della cooperazione, talvolta di sindacalista, senza mai uscire dal “cerchio magico”)? O, forse, una cultura che è lo specchio di una separazione dei “capi”, e l’idea che “il partito ha sempre ragione” e che extra ecclesiam nulla salus – affermazione perlomeno da rivedere, giacché non sarebbe d’accordo nemmeno Papa Francesco…? Conosco bene l’effetto bandwagon (l’“effetto carrozzone”) che ad ogni elezione presidenziale americana si manifesta, e pure in tanti altri Paesi, ma questo non è un buon motivo per fare finta di non vedere.

Per quanto riguarda Reggio, mi pare di percepire un lavorio e un fervore attorno alle primarie per il segretario provinciale del Pd e per il prossimo Sindaco. Chi scrive, quasi vent’anni fa, fu tra i promotori di una lista, “Città e democrazia”, che si presentò alle elezioni amministrative del Comune di Reggio nel 1995, con un risultato in verità modesto – ma significativo per quei tempi, segnati dalla forza e dalla tradizione, ancora grandi, di quello che era stato il Pci. Mi capita, a volte, di pensare a che cosa si potrebbe fare oggi: ebbene, se potessi consigliare o concorrere a determinare qualcosa, vedrei con favore il costituirsi di un “gruppo di pressione” che abbia come proprio vessillo e motore fondante la “cultura”. Dopo un periodo glorioso, quello degli anni Sessanta e di parte di quelli Settanta, per la promozione della cultura a Reggio, i tempi sono mutati, e non solo come conseguenza della contrazione delle risorse. Non mi si dica, per favore, che la storia di allora è improponibile oggi: so bene che le lancette degli orologi non possono essere spostate all’indietro, che pensare di “copiare” quelle esperienze sarebbe sciocco e velleitario, ma so che ci sono sensibilità programmatiche (e di conseguenza anche di destinazione di risorse) che si sono nel tempo oscurate, fino a scadere nella gestione della routine, nella mera sopravvivenza delle istituzioni. Se ripercorro quello che è stato fatto a Reggio in campo culturale negli ultimi cinquant’anni, che presumo di conoscere abbastanza bene, debbo rilevare che la centralità della cultura si è andata progressivamente affievolendo, pur dando atto di alcune iniziative di pregio negli ultimi vent’anni. Soprattutto, in una città che vanta istituzioni culturali di valore e di apprezzabile, sedimentata storia, è mancata spesso la regia, l’impegno a dare vita a sinergie e a reti, che coinvolgessero anche i privati, a scommettere sulla cultura e sulle idee – mi piace ricordare che addirittura Chirac, quand’era Sindaco di Parigi, era solito riservare sedute del Consiglio comunale all’audizione di intellettuali, artisti, scrittori che venissero a raccontare come loro percepivano la città e quali fossero le loro proposte. Così come occorrerebbe promuovere ogni occasione per avere qui opere d’arte, collezioni, istituti, convegni e manifestazioni, e per fare lavorare, lasciando le tracce e le memorie del loro operato, le persone che hanno qualcosa da dire in materia di creatività, di comunicazione, di diffusione della cultura, senza l’ansia perniciosa di mettere il cappello su quel che viene fatto. Si aggiunga, come ho già avuto modo di dire a proposito della desolante vicenda delle opere d’arte contemporanea nel Duomo di Reggio, che questa è una città capace di straordinarie innovazioni e esperienze in campo culturale, che però prima o poi languono o vengono abbattute con una sorta di tiro al piccione: insomma Reggio non pare un long distance runner, un fondista, per prendere a prestito la suggestione del titolo del racconto di Alan Sillitoe, La solitudine del maratoneta, e dell’omonimo film di Tony Richardson. Sono, queste vicende, espressione, forse, di una sotterranea, mai apertamente dichiarata (al di là dei proclami) resistenza al nuovo, di un’insofferenza di chi crede di dovere sempre avere l’ultima parola, di “tirare le conclusioni”, come recitava l’insopportabile antica liturgia di partito, o di una diffusa indifferenza di molti dei cittadini – se esperienze culturali vengono cancellate o deviate nel loro corso, e se questo non va ad incidere sul proprio particulare, perché dolersene o angustiarsene? Ecco le tante ragioni per le quali chi governerà Reggio nei prossimi anni dovrebbe alzare ben saldo e alto il vessillo della cultura, con una vera e propria volontà di voltare pagina rispetto alla pura gestione dell’esistente: la questione della cultura è il centro e il perno di tutto, in particolare della stessa economia, dei valori e del senso comune di una comunità. Confido di potere tornare su questi argomenti per meglio argomentare e chiarire, ma vorrei, in conclusione, dire che spero che chi si troverà a concorrere al ruolo, così importante, di Sindaco, dica quale sarà il suo impegno per la cultura, e dimostri, attraverso le sue proposte, se si tratta di una convinzione credibile. Forse, per dare forza a chi si dimostrerà sensibile a questo punto fondamentale, occorrerebbe pensare a una qualche espressione autonoma di appoggio alla sua candidatura – dalla quale, si spera, non siano attirati quelli che da troppi anni danno fuori le carte e quelli che, pur giovani d’età, sono intrinsecamente vecchi, per la loro ripetutamente dimostrata incapacità di negare riti e esercizi di fedeltà: c’è chi vede e non si “mette gli occhi in tasca”, per ricorrere alla folgorante espressione usata da Bob Dylan nel 1966 nella sua Ballad of a thin man.

 

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