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Considerazioni
sulla diga di Vetto

29 giugno 2017
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L’attuale clima estremamente siccitoso e la conseguente problematica della diga di Vetto impongono al Club per l’UNESCO sez. di Reggio Emilia di fare sentire la propria voce sia come espressione locale dell’UNESCO sia perché il comune di Vetto rientra a tutto titolo nell’area MaB dell’Appennino Tosco-Emiliano e come tale deve rispondere ai principi ispiratori del MAB-UNESCO. Certamente la situazione climatica è eccezionale, ma non è neppure escluso che possa essere una tendenza di lungo periodo anche e soprattutto per la scarsa volontà dimostrata dall’uomo di voler migliorare lo stato di cose ed è per questo motivo che la poesia di Caproni pare quasi una preveggenza ineluttabile: “… L’amore (leggi: la vita = n.d.a.) finisce dove finisce l’erba e l’acqua muore. Dove sparendo la foresta e l’aria verde, chi resta sospira nel sempre più vasto paese guasto…” . Di seguito abbiamo riportato la relazione del Prog. Luigi Vernia quale esperto geologo e profondo conoscitore del problema de quo; purtroppo, però, dobbiamo rilevare che la costruzione della diga comporta anche conseguenze negative di non poca importanza quale la mancata alimentazione subalvea delle falde acquifere indispensabili per la fornitura di acqua potabile nelle condutture civili. Da ciò ne deriva una bella difficoltà per trovare la soluzione che soddisfi l’equazione ubi maior minor cessat, cioè qual è il male minore che dovremmo sopportare come prezzo per l’attuazione dell’una o dell’altra scelta: costruire o no la diga? La natura ci sta imponendo una partita a risiko nella quale lei gioca sull’imprevedibilità futura delle piogge e l’uomo deve accettare la scommessa, magari costruendo la diga, sperando che nel frattempo il regime delle piogge si normalizzi così, di conseguenza, dalla diga potrebbe essere rilasciata l’acqua necessaria ad alimentare le falde acquifere della pianura. Contemporaneamente, però e questo è l’appello più pressante che fa il Club per l’UNESCO sez. di Reggio Emilia, le autorità preposte dovrebbero agire e realizzare tutte quelle opere che sono necessarie a recuperare le perdite di acqua (notevoli) che tutt’ora persistono nell’acquedotto e sue derivazioni perché i costi di oggi saranno un risparmio domani e tutti ne beneficerebbero.

In ogni caso e in via prudenziale non sarebbe un esercizio inutile pensare ad un futuro di desertificazione e iniziare a prefigurare (con un opportuno  studio ad hoc)  uno nuovo scenario socio economico prodotto dalla “desertificazione” , in maniera da non dover affrontare impreparati questa, speriamo, ipotetica realtà.

Dott. Giuseppe Baricchi
Membro del Gruppo di Studio del Club per l’UNESCO di Reggio Emilia  

 

Considerazioni sulla diga di Vetto
Di Luigi Vernia

Tutte le volte che la siccità tormenta le province di Parma e di Reggio, mettendo a repentaglio i prodotti agricoli di alto prestigio della nostra zona, ritorna alla luce l’antico progetto relativo alla costruzione di una diga di ritenuta da eseguire nel Torrente Enza in corrispondenza della strettoia situata sotto il paese di Vetto, in provincia di Reggio Emilia.
Il progetto iniziale, concepito già alla fine del 1800, è stato ripreso in esame nell’ultimo ventennio del 1900, quando già si cominciavano ad avvertire i problemi della mancanza d’acqua per usi plurimi.
La strettoia di Vetto era stata individuata come l’unica, in tutta l’Emilia occidentale, in grado di ospitare un’opera di ritenuta a non molta distanza dalla pianura, capace di ospitare un bacino di invaso inizialmente valutato in circa 100 milioni di metri cubi, e poi ridimensionato e ridotto a 50 milioni di metri cubi.
Nessun altro corso d’acqua delle adiacenti province di Parma e Modena, offriva, ed offre tuttora, le favorevoli condizioni che si presentano nel medio corso dell’Enza.
Negli anni 80 e 90 del secolo scorso, chi vi scrive stava eseguendo, insieme con altri ricercatori delle Università di Parma e Modena, i rilevamenti geologici del F.o 218 “Castelnuovo Monti” alla scala 1:50.000 voluto e finanziato dalla Regione Emilia Romagna.
La zona di Vetto ricade proprio all’interno dell’area rappresentata nel Foglio, ed era normale che ci scambiassimo notizie ed opinioni sulla costruenda opera di ritenuta. La siccità di quest’anno ha quindi riattivato l’interesse per la creazione di un bacino d’invaso: occorre segnalare che i dati sulle precipitazioni sono allarmanti. Per esempio nel periodo che va dal 24 novembre 2016 (giorno di San Prospero) al 4 febbraio 2017, sono caduti soltanto 5 mm di pioggia, in un bimestre che in genere tra pioggia e neve, è assai più produttivo.
Non abbiamo dati recenti, ma sembra che la carenza di precipitazioni duri ormai da una decina di anni, se è vero che in città sono stati registrati  100 mm di pioggia in meno all’anno, in un’area che statisticamente ne prevede circa 750- 800.
Quindi la siccità del 2017 rappresenta un’anomalia all’interno di una crisi epocale, le cui cause ci asteniamo dal discutere ma che sono ormai note a tutti: sta cambiando nettamente il clima del nostro pianeta ed assistiamo ad un graduale riscaldamento che, in questi anni ha subito un’accelerazione, accompagnato da una mancanza, quasi conseguente, di precipitazioni.
Ma limitiamoci per il momento ad esporre i dati geologici relativi alla diga di Vetto, all’impatto che questa opera potrebbe avere sull’asta del fiume nella stretta di Vetto e a valle. Quelle che esponiamo sono considerazioni derivate dalle nostre conoscenze ma anche e soprattutto dal buon senso.

– Come anticipato il posizionamento dell’opera di ritenuta è favorevole ed unico in areale più ampio. La strettoia di Vetto è occupata da arenarie mioceniche ben stratificate, in giacitura orizzontale, sono quasi ideali per ospitare l’opera.


Le arenarie stratificate della strettoia di Vetto

– Qualcuno ha sottolineato che la valle dell’Enza è caratterizzata da una accentuata sismicità, il che è vero, come ben sanno i cittadini di Quattro Castella, ma i terremoti sono di media intensità. La diga doveva essere costruita a gravità in  terra, quindi in materiale sciolto, e pertanto assestabile se colpito e scosso dalle onde sismiche.

– Si parlò allora di forti conseguenze per quel che riguarda l’impatto ambientale di uno specchio d’acqua di parecchi km quadrati. Dal  cilindro degli ambientalisti ad oltranza uscirono lontre inesistenti ed altri animali strani, oltre alle conseguenti sensibili variazioni del microclima locale.

   Eppure l’Appennino, nel suo lungo sviluppo, è pieno di bacini artificiali, da Ridracoli in Romagna, alla diga in terra di Bomba in val di Sangro (Abruzzo, zona assai più sismica), dalla diga del Liscione nel Biferno, in Molise, alla diga in terra di Occhito, fiume Ofanto, a Foggia, e molte altre mai nessuno ha  riscontrato variazioni climatiche, ma sono state invece molto apprezzate le disponibilità idriche generate dalle opere di ritenuta.

– L’acqua dell’opera di Vetto sarebbe servita per usi plurimi, per generare energia e poi per irrigare l’alta pianura di Reggio e Parma.    In questa maniera si sarebbero economizzate le acque di falda che gli agricoltori pompano dal sottosuolo per irrigare a pioggia i prati stabili dell’alta pianura. Si tratta di acque purissime, preziose per l’uso idropotabile, sfruttate per la città di Reggio fin dal 1880, quando il senatore Ulderico Levi donò il primo acquedotto alla città.

Ed ora veniamo alle dolenti note che esistono ed è necessario evidenziare.

– Dalla stretta di Vetto è stato calcolato che passa circa 1 milione di metri cubi di sedimenti solidi all’anno: questo dato viene definito “portata solida” del fiume;  i sedimenti sono rappresentati prevalentemente da ottime ghiaie e sabbie che, nelle ultime migliaia di anni del Quaternario, sono andate a costituire l’ampio letto ghiaioso del fiume tra Vetto e Ciano Canossa, fino a Sant’Ilario.

Inoltre, al passaggio tra collina e pianura, le abbondanti precipitazioni del periodo postglaciale Wurm (ultimi 12.500 anni), hanno costruito una importante conoide alluvionale fatta a triangolo, con apice a Cerezzola e i lati rappresentati dall’attuale corso del fiume e dall’allineamento che va da  San Polo a Bibbiano, a Cavriago, a Gaida (Fig. 2).

In questa ampia area si sono deposti oltre 100 metri di una alternanza di ghiaie-sabbie-argille che sono e sono sempre state sede di abbondanti e preziose falde idriche, oggi ampiamente sfruttate per usi idropotabili ed per l’irrigazione a pioggia.

Si tratta di falde acquifere generose ma non inesauribili: il loro ripascimento è garantito dalle acque della falda subalvea dell’Enza, vale a dire una corrente che corre sotto le ghiaie del fiume nel tratto tra Cerezzola e Sant’Ilario. Secondo gli idrogeologi il ripascimento avverrebbe principalmente nel tratto tra la Barcaccia e Montecchio.

Ma se l’acqua non scorre nel fiume perché trattenuta a monte nel bacino d’invaso, il processo si arresta e noi rischiamo di perdere  una risorsa la cui rialimentazione esige tempi di centinaia di anni. Insomma l’acqua che estraiamo dalle falde può essere considerata “acqua fossile” e per riaverla occorrono tempi lunghi.


Estensione della conoide del Fiume Enza (in azzurro)

– Le ghiaie e le sabbie dell’Enza sono state ampiamente scavate ed utilizzate durante il boom dell’edilizia degli ultimi decenni del ‘900.
I nostri fiumi sono stati letteralmente impoveriti in maniera scriteriata al punto che, ormai, dubitiamo che possa avvenire un’inversione di tendenza.
Il fenomeno riguarda tutti i nostri fiumi: il Secchia è ridotto ad un canyon nel tratto Castellarano e Sassuolo e a Rubiera l’estrazione extra-alveo ha creato un falso ambiente palustre-lacustre.
Perfino il modesto Crostolo non è più riconoscibile da quello che era nel primo dopoguerra, quando presentava un ampio letto ghiaioso di oltre 100 metri di larghezza.


Il Crostolo tra Rivalta e Rivaltella nel dopoguerra. Notare l’ampio letto ghiaioso

Anche l’Enza presenta una forte sofferenza: chi passa sul ponte tra San Polo e Traversetolo, può osservare che, nell’alveo di magra, già affiorano le argille marine plio-pleistoceniche del substrato, che un tempo rappresentavano la base su cui appoggiava il materasso ghiaioso alluvionale. Le argille marine costituivano la base impermeabile su cui scorreva e dovrebbe scorrere la falda subalvea.
Senza le ghiaie non c’è la corrente subalvea e quindi non c’è quel flusso che concorre ad alimentare le falde sotterranee  della già citata conoide acquifera.
Se venisse costruita l’opera di ritenuta a Vetto, i sedimenti alluvionali rimarrebbero imprigionati a monte della diga e non arriverebbero più nei siti che la natura ha a loro assegnato, in particolare nella conoide di pianura.

Conclusioni: nessuno, credo, può criticare chi, in questo momento, ripropone la costruzione della diga di Vetto. La gigantesca opera può essere progettata e costruita, le condizioni favorevoli esistono e sono uniche a livello Regionale.
I pro e i contro sono stati ampiamente e speriamo chiaramente da noi delineati: il vero problema è rappresentato dalla ormai annosa mancanza di precipitazioni piovose e nevose, mancano i 2000-2200 mm di pioggia del crinale e gli 800 mm della pianura. Se non avviene una inversione di tendenza, sarebbe sciocco costruire un opera destinata a raccogliere acqua che non c’è.

In subordine è necessario raccomandare alle Autorità il rispetto dell’attività estrattiva in alveo e lo sfruttamento ordinato delle falde acquifere profonde della conoide dell’Enza, che tra l’altro alimentano  anche il nostro acquedotto. La soluzione la lasciamo ai politici, ma esiste e ha sede nella corretta gestione delle acque: se irrighi i campi di San Polo e Montechiarugolo con le acque della diga, devi proibire l’irrigazione a pioggia, come fanno i contadini, e risparmiare le acque di falda per uso idropotabile. E poi, è chiaro, bisogna rilasciare dalla diga le acque del surplus invernale per alimentare le falde lungo il medio corso del fiume. Per le ghiaie non ci è rimedio: se fai la diga non arrivano più.

Raccomandiamo inoltre l’Iren, che gestisce le nostre acque potabili, a mantenere in ordine l’acquedotto urbano: purtroppo l’Italia ha il primato delle perdite d’esercizio, che in media assommano al 30% delle acque, contro il 7% della Germania e il 15% della Francia. Crediamo comunque che, come spesso capita, la nostra città e i nostri impianti siano virtuosi, e quindi ben lontani dai dati preoccupanti che si citano per altre città, in particolare nel sud.

Prof. Luigi Vernia
Socio del Club per l’UNESCO di Reggio Emilia
Già Docente di “Litologia e geologia” della Facoltà di Scienze dell’Università di Parma

 

 

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Commenti

  1. Inviato da DAVIDE scala il 18 agosto 2017, 10:24 [Rispondi]

    buongiorno ,grazie per la chiarezza delle argomentazioni;da sempre nutro perplessità sulla costruenda diga di vetto,in considerazione ,da un lato delle problematiche idro-geologiche accennate,ma soprattutto la domanda che mi pongo è la seguente:perchè non si sfruttano e non si valorizzano,per iniziare,le dighe già esistenti a monte??lagastrello(o lago paduli)lago squincio,L verdarolo,,l.ballano;lago verde..ad esempio?se la ragione risiede,come penso,negli elevati costi di manutenzione,ho ragionevoli dubbi sul fatto che dopo una decina di anni,anche la diga di vetto rimarrà inutilizzata;il sindaco di palanzano vede nell’opera una possibilità di lavoro x i valligiani..(non solo),ma anche le attività ordinarie e straordinarie di manutenzione lo sarebbero;qui entra in campo la politica,e ,mi rendo conto,è un’altra storia.gazie

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