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Cosa c’entra Freddy Mercury con le Torri Gemelle

8 Maggio 2012
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ovvero: La Vera Storia della Chitarra di Brian May

 

Martedì. Interno notte. Appisolato e scomposto in poltrona col telecomando sulle ginocchia. Marta sul divano, iPhone in mano, aperto fu FB. Chiara sul tappeto. Scott (il cane) le tiene la testa in grembo. Vacuo zapping TV. Passa  Billy Cristall. “Ferma, ferma! E’ un filmone!!” Passa anche Meg Ryan. “Ferma, ferma!!! E’ Herry ti presento Sally!!!! ferma, che lo riguardiamo!”. Come Stefano Sgambati magistralmente narra in uno dei racconti del suo primo libro, Il Paese Bello,  non esiste uomo su questa terra che non sia stato a suo tempo affascinato e rapito e fors’anche follemente innamorato della Meg Ryan di Herry ti presento Sally. Il mio livello dell’attenzione dunque si riaccende di colpo. Dopo qualche minuto passa lo skyline di Manhattan. “Guardate ragazze, c’erano ancora le Torri Gemelle! A voi non vien mai da pensare che non avete fatto in tempo a vederle e che ormai non le vedrete mai più? Voi non avete fatto in tempo a salire su, appoggiare i piedi sulla sporgenza di cristallo che ti faceva sembrare sospeso nel nulla e subito fare d’istinto un salto indietro, ché le sentivi muoversi sferzate  del vento di downtown, che sale da Battersea Park…..”.  Marta (sognante): “Già. Triste, davvero. Certo che ci sono un sacco di cose che non ho fatto in tempo a vedere e ormai non potrò mai più provare. Ad esempio: sai che penso spesso che non potrò mai più vedere Freddy Mercury dal vivo! Cazzo! Lui si che mi mancherà davvero per tutta la vita……”. Quant’è vero: Freddy ci mancherà per sempre, a noi che non abbiamo fatto in tempo a vederlo. Chiara (spocchiosetta): “Beh, io almeno ho visto dal vivo Brian May, a Londra, nella prime edizione di We Will Rock You!”. Ma perché deve aggiungere dolore a dolore? Mai più Freddy e persa l’unica occasione di vedere e sentire Brian May dal vivo. Si perché quando l’ho visto io lo spettacolo, solo l’anno dopo, non c’era già più lui (invidia, invidia) ma solo un suo volgare imitatore. Per quanto bravo e virtuoso, pur sempre di un imitatore si trattava. E pensare che per quella sera, al Dominion Theatre, Maura aveva trovato i biglietti addirittura in prima fila. Cavolo, se ci fosse stato lui avrei quasi potuto toccarlo! Lui, l’uomo che scriveva i pezzi migliori assieme a Freddy, lui che  ha inventato un modo nuovo di suonare la chitarra elettrica; lui che ha creato un suono nuovo, passando nel VOX AC 30 quell’assurda chitarrina che ha portato con sé per tutta la vita. Noooo: una visione improvvisa da scena finale di Blade Runner; ma all’incontrario: io NON ho visto cose che voi umani….. Cazzo, avrei potuto essere  a due metri dalla  “mitica” e invece al posto mio c’era ‘sta nata-ieri che adesso ascolta Lady Gaga. Profonda tristezza. Doloroso senso di ingiustizia. Non ci sarà mai più un’occasione così, mai più. Non rivedrò mai più né lui ne Lei (la chitarra intendo).

Si perché la sua Red Special è unica. Unica, punto e basta. E vero, prima la Guild, poi la Burns e poi altri produttori ancora ne han fatto copie perfette, stesso feel, stesso suono; si, Lui le ha approvate, e una l’ha pure firmata. Però non c’è niente da fare. Copie sono e copie restano. Praticamente come comprare una Birkin dai vuccumprà sul pontile del Forte: blasfemìa. E quando dico “unica” non dico che è unica perché è la sua, dico “unica” perché esiste solo quella lì: really homemade.

Correva l’anno 1963, il sedicenne Brian, stanco di studiare pianoforte, chiede al babbo di comprargli una Fender Stratocaster. Niente da fare. “Non ce la possiamo permettere Brian” dice il padre Harold: troppo costosa. Ma grazieaddio il babbo è ingegnere elettronico e appassionato di modellismo. E il giovane Brian è assai sveglio e intraprendente (non per niente si laureerà col massimo dei voti in Fisica e Astronomia all’Imperial College di Londra e poi prenderà il dottorato in  Astrofisica;  e proprio per questo l’asteroide 52665 Brianmay è stato battezzato così in suo onore). Il ragazzo non si dà per vinto e convince il padre a costruirgli una chitarra. Il manico (che sarebbe stato troppo fat per chiunque altro) è ricavato dai resti di un vecchio caminetto in mogano, la tastiera da un’assicella di quercia (ché mica ci si poteva permettere un pezzo di ebano), il corpo è ottenuto (orrore) accoppiando a colla due fogli di multistrato, i segnatasti son fatti con i bottoni di madreperla rubati alla mamma; anche il ponte è artigianale, costruito da Brian nell’officina della scuola durante l’ora di applicazioni tecniche; è formato da sei piccoli blocchi indipendenti di alluminio con un’altezza che segue la raggiatura della tastiera. I blocchi di alluminio sono fissati al corpo tramite delle viti. Nella parte superiore di ogni blocco c’è un piccolo rullo e cinque scanalature in cui il ponte va incastrato, e spostandolo avanti o indietro permette di trovare la giusta intonazione. I rulli consentono alle corde di tornare nella posizione originale anche dopo l’utilizzo pesante del tremolo, annullando l’attrito. Ormai c’è tutto. Tutto tranne le meccaniche e le parti elettriche.

Mi sembra di vederlo, il giovane e trepidante Brian che prende il treno, un pomeriggio di vacanza, e parte da Feltham  verso il centro di Londra a cercare di investire il suo piccolo tesoro in meravigliosi gingilli cromati. Scende a Waterloo, prende la Northern Line. Risale a Laicester Square, angolo Charing Cross. Esce e l’emozione lo atterrisce. Proprio davanti a lui c’è l’incrocio con Denmarck Street. Praticamente Denmarck Street sta ai chitarristi come Disneyland sta ai bambini: 300 metri di strada fiancheggiata da negozi di chitarre, ampli, pedali e ogni altra diavoleria. Brian la percorre tutta. Lentamente. Si ferma davanti a ogni vetrina. Ammira i manici, i colori, le meccaniche lucenti. Cazzo!  non c’è una vetrina in cui non ci sia una Strat! E nessuna costa meno di 150 sterline: una maledizione, una persecuzione, una pugnalata ogni volta. In fondo a sinistra, prima dell’ultimo portone, c’è il 12 Bar Caffè (un nome – un programma: Twelve Bar, dodici battute: la misura standard del blues; praticamente una genialata). Entra. Semibuio. Si avvicina al banco un po’ timoroso, quasi riverente. Da dietro arriva della musica: nel retrobottega, da sempre, c’è una specie di sala prove che di notte diventa una specie di live music pub. Di lì sono passati tutti: dagli Animals agli  Stones; è lì che John Mayall convinse Eric Clapton a mollare gli Yardbirds e ad entrare nei Bluesbreacker. L’emozione gli secca la gola. Ci vuole una birra fresca. No, no, non esageriamo: “Gay, half a lager” (meglio risparmiare, risparmiare per i pick-up). La beve di gusto.  Estrae dalla tasca della giacca di pelle (con le frange?) le uniche nove sterline che rappresentano tutto il suo budget e le mette sul banco. Resto: eight pounds and six penny: basteranno?  Esce, proprio di fronte c’è  Regent Sound Studio; va  avanti e indietro un paio di volte guardando la vetrina, sbirciano dentro. Alla fine entra. Chiede. “No ragazzo, qui abbiamo solo roba nuova, americana, roba tosta, niente che tu possa comprare con quei pochi soldi che hai, mi spiace. Mi spiace davvero ragazzo, ma non posso fare niente per te.”. Crollo totale. Il pavimento profonda e Brian vorrebbe sprofondare con lui. Speranze svanite, frantumate, sbriciolate. E poi vergogna e frustrazione. “Non ce la posso fare….”. Esce in strada. Si mette una mano in tasca. Controlla che ci siano ancora i suoi eight pounds and six penny. Un bel respiro (ci vorrebbe una Chesterfield, altro che bel respiro!). Torna indietro e ripercorre la strada sull’altro lato. In fondo, proprio sull’angolo di Charing Cross c’è Chris Bryant Shop: vende solo accessori e componenti, e di mestiere lavora sulle chitarre: aggiusta, modifica, smonta e ricompone; ma poi traffica con roba usata, prende in pegno strumenti sgangherati e preziosi di rockers che hanno bisogno urgente di denaro per comprare roba. Brian entra e aspetta il suo turno, sempre più nervoso. Ecco tocca a lui. Espone il suo problema, occhi bassi sul bancone: “I wonna built my own guitar, but I only have eight pounds and six penny”. Quello non si scompone: ne ha viste di peggio, in quegli anni. Anzi lo mette a suo agio, comincia ad aprire cassetti e scatole e la conversazione si scalda, Brian si infervora, Chris sta al gioco. Dopo 40 minuti Brian esce con il suo magico bottino: due pick-up Burns Tri-sonic seminuovi, tre piccoli switch, sei chiavi per la paletta del manico, una bobina di filo schermato e la boccola per il jack. Totale: 8 sterline. E gli restano ancora six penny. Chissà, forse è per questo che per tutta la vita userà per suonare una moneta da sei penny al posto del plettro. Ripercorre la strada a ritroso verso Feltham e gli sembra di volare. Il padre costruisce il tremolo da una lama d’acciaio recuperata da un vecchio coltello, due molle recuperate da una vecchia moto garantiscono la tensione delle corde; si montano alla fine le componenti elettriche inventando uno strano sistema di switching che consente ben tredici combinazioni di suono diverse. Alla fine si monta il battipenna, ovviamente anch’esso recuperato da una scatola di  perpex (metacrilato) nero; spessore 3 mm: un’evidente esagerazione. L’attrezzo è pronto per la verniciatura: uno strano colore rosso-bruno di Rustin’s Plastic Coating, una vernice poliuretanica che dà un effetto vetrato, comprata dal babbo al ferramenta del quartiere, viene steso su tutta la chitarra, tastiera inclusa.

All’imbrunire dell’ultima domenica passata in garage a trafficare, la Red Special è pronta. Bryan la suonerà per tutta la vita.

Ma ormai io non l’ho visto dal vivo e mai più lo vedrò.

 

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