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Cucinaèarte. Itinerari sensoriali

31 Gennaio 2012
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Ciascuno di noi quando è in un particolare stato d’animo si aggrappa fortemente a qualcosa che lo può far stare bene, che gli può dare piacere, che può colmare quel vuoto o amplificare quell’emozione che in un dato momento sta provando. E allora c’è chi fa o ascolta musica, chi canta, chi si mette in ascolto della natura, chi va in un museo, chi legge, chi scrive, chi come me si mette ai fornelli. Non parlo di un atteggiamento bulimico o inconsapevole verso alcuni strumenti, tipo chi ingurgita quintali di cibo per sanare la propria fame di amore, di stima, di compagnia, o chi si fracassa i timpani per non ascoltare i propri silenzi, la propria voce interiore, o chi utilizza la carta o i social per vomitare parole alla Joyce, avviluppato nel proprio turbine di pensieri.

Ho più un’idea legata al bisogno consapevole di stimolare un senso o più sensi per trasformare un’emozione che non ha voce (come direbbe Celentano) in qualcosa di materiale, di maggiormente comprensibile, e di sicuramente più condivisibile con qualcuno.

Ho sempre pensato ad un forte e naturale connubio tra arte e cucina intesa come cultura culinaria, la stessa faccia di una stessa medaglia, due anime gemelle che hanno intrapreso due percorsi artistici differenti ma anche potenzialmente interagenti, accomunati da un denominatore comune: il piacere.  Di fatto la cucina come la intendo io è arte, soprattutto secondo me quando è in grado di sollecitare ed inebriare tutti i sensi, non solo quello del gusto e della vista, quando la si trasforma in cultura e coinvolge l’ispirazione creativa, la passione e l’amore.

Che arriva alla summa del piacere quando dalla semplice esecuzione di una ricetta si passa all’inserimento ogni volta differente e creativo di un elemento che possa anche solo sensorialmente riportare ad un luogo, ad un ricordo, ad un profumo lontano, ad un’emozione.

Ecco allora che da cucina si passa a creazione.

Ecco allora che da piatto si passa a luogo.

Ricordate il film di Walt Disney Ratatouille? Quando il critico gastronomico riesce a tornare temporalmente indietro nel tempo, con la mente e con lo spirito, ai luoghi e ai ricordi della propria infanzia assaggiando un semplice piatto (peraltro cucinato da un topo, ma questo è un’altra storia….)?

Se pensiamo al Giappone, la cucina è arte a 360°: l’atto di mangiare non è un semplice gesto per nutrirsi bensì è parte intrinseca della cultura. Il modo di preparazione, di cottura e di consumo è un’arte dove l’estetica, la tradizione, la religione e la storia sono altrettanto importanti, se non di più che il cibo stesso. Ogni fase nella preparazione e presentazione di un piatto è come il movimento di una sinfonia, e un pasto giapponese riflette la più intima natura di questo popolo, il suo amore per una bellezza disciplinata, il suo rispetto per ogni forma d’espressione artistica.

Sicuramente illuminanti da questo punto di vista sono anche molti scritti che raccontano la cucina (come pensiero ed azione esecutiva) come veicolo di emozioni e di sensazioni che si materializzano prima che nel piatto nella mente e nell’anima dei commensali: dal pranzo di Babette, a Chocolat di Joanne Harris, a Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa, a Dolce come il cioccolato di Esquivel Laura, a Estasi culinarie di Muriel Barbery… solo per citarne alcuni.

Non per nulla la contaminazione terminologica tra cucina ed altre forme d’arte è ormai di uso comune:  i quadri si assaporano, così come i romanzi o i film; si pregusta l’ingresso ad una mostra; si percepisce il profumo  dei fiori di un dipinto; ma anche si attribuisce ad un piatto ben presentato i connotati di opera d’arte, di capolavoro…insomma parole e sensi giocano e aiutano a definire emozioni e percezioni.

Ho recentemente appreso che qualcuno sta unendo in matrimonio d’amore le due anime gemelle, attraverso un vero ed autentico incontro tra i capolavori dell’arte contemporanea e le più alte espressioni gastronomiche. Credo che l’idea sia quella di lavorare proprio su un percorso sensoriale: dalle sensazioni che può provocare una mostra o un museo si continua mantenendo attivi i sensi ed appagandoli con il cibo sapientemente preparato e presentato, nello stesso luogo in cui tutto ha avuto origine.

A Roma,  il Palazzo delle Esposizioni fresco di restauro e di inaugurazione ospita all’ultimo piano – nella splendida sala vetrata della Serra, progettata da Paolo Desideri – tutti i classici di Antonello Colonna, genio (anche del marketing) dell’omonimo piccolo ristorante supercelebrato di Labico, alle porte di Roma. Sarà possibile dunque perdersi nelle suggestioni cromatiche di Mark Rothko e curiosare tra la memorabilia dei film di Stanley Kubrick e poi salire all’Open e rinfrancarsi con dei semplici quanto perfetti tortelli di ceci, rosmarino e trippa di baccalà, con le “tapas” in versione romana, con una buona bottiglia di bollicine.

Anche al Guggheneim di Bilbao, già da anni, c’è chi va non solo per le opere in esposizione, ma anche per godere della cucina creativa di Josean Martinez Alija, uno degli allievi più talentuosi di Martin Berasategui.

Tutto questo per prolungare l’emozione di un percorso artistico con le creazioni culinarie firmate da grandi toque.

 

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