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Iconologia del reale

3 Ottobre 2012
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Il pittore dispone su una superficie piana determinati impasti,
le cui linee di separazione, gli spessori, le fusioni e contrasti, gli servono per esprimersi.
Lo spettatore vi scorge soltanto un’immagine più o meno fedele di carni, gesti e paesaggi,
come attraverso la finestra del muro d’un museo.
Il quadro è giudicato in base allo stesso spirito con cui si giudica la realtà.

Paul Valery

 

Pittura, questo grande dilemma. Se ne parla, se ne discute, si cerca di incasellarla sotto ad acute definizioni. Di fatto ha la sua strada da percorrere, certamente è ancora viva, mai come in questi ultimi anni. E’ davanti agli occhi di tutti un deciso ritorno alla figurazione e il fatto che molti artisti abbiano ripreso una modalità pittorica che ha visto il suo boom negli anni passati, riattualizzandola secondo la propria sensibilità. Dal punto di vista strettamente semiologico, il termine iconico in senso stretto richiama all’immagine, all’icona (dal greco eikona, immagine) che diviene di per se stessa un simbolo. I pittori invitati a partecipare a questa mostra collettiva fanno parte dunque di una corrente neo figurativa che con successo sta riportando in auge una pittura di matrice iconica, basata non soltanto sull’immagine ma anche su di un forte contenuto, in cui il reale diviene presenza sostanziale e fondamentale. Una realtà che viene indagata da ognuno secondo chiavi interpretative molto personali che non stridono mai fra di loro, ma al contrario presentano rimandi molto interessanti.

Particolarmente efficace risulta la ricerca delle donne, non a caso le più numerose in mostra poiché in questa contingenza storica hanno parecchio da dire. Attraverso una intensa modalità figurativa che a volte sembra sfiorare l’iperrealismo e tematiche che comprendono il reale e la fiaba, esprimono con efficacia una condizione dell’essere che non cozza affatto con la buia realtà odierna, fatta non solo di sopraffazioni e femminicidi ma anche di nuovi ruoli di conquista e di ridefinizione per la condizione femminile e di madre.

Roberta Serenari si rifugia nella surrealtà inafferrabile per mettere in scena con una teatralità intrigante la magia di un momento costruito ad arte nella mente, come in un fantomatico Paese della Meraviglie dove nulla è come sembra. Il suo realismo iconico parte difatti da una percezione strettamente mentale che arriva in seguito a costruire mondi alternativi legati all’inconscio e mai troppo rassicuranti. Sopra a pavimenti disegnati come improbabili scacchiere, la pittrice crea stanze labirintiche giocando sull’eterno enigma dell’innocenza mista a dannazione.

Un certo gusto per la teatralità e l’immaginifico lo vediamo anche nei lavori di Anna Madia ispirati alla celebre favola di Charles Perrault “Pelle d’asino”, che rachiude tra le alre cose il concetto di metamorfosi. Luci e ombre marcate in cui si delineano le figure, oggetti e presenze stranianti contribuiscono a fagocitare una tensione visiva esplicitata da un’atmosfera d’inquietudine oscura. Donne che intrecciano i capelli e mani che si muovono con un’intensa gestualità fanno concepire l’idea di un viaggio iniziatico nei gangli della follìa e del pensiero.

Fiabesca è anche la visione di Elisa Anfuso, che fonde anch’essa attraverso l’intelletto favole e realtà. Nell’opera “Potrebbe volare ma non vola”, il suo simbolismo onirico si basa su di una intrigante sospensione temporale che coinvolge le fanciulle rappresentate nel quadro e l’uccellino disegnato che assume l’apparenza di fantasma. Frammenti di un sogno raccontato e vissuto, carnale ed etereo assieme, perchè tocca il femminino con grazia e  delicatezza evocativa.

A questo filone narrativo si lega anche Savina Lombardo, con una pittura dalla prospettiva curva e sferica appena deformante, basata su geometrie e triangolazioni studiate appositamente per dare l’effetto straniante. Il sogno di fanciulla che riporta all’infanzia della pittrice, mostra bambine in mezzo a proiezioni fantastiche senza connotazioni spazio-temporali, spesso colte mentre si muovono al centro del dipinto su carta e tappetini, facendo roteare gli elementi disturbanti attorno a loro come in una giostra inquietante e minacciosa.

Claudia Bianchi è invece più legata al dato reale, e ci riporta, tramite una bellezza effettiva e in cerrto senso glamour ma mai stereotipata delle sue donne, alla cruda attualità dei giorni presenti. Senza alcuna paura, le sue  martiri contemporanee si mostrano quali bellissime protagoniste dell’era contemporanea, fiere di indossare la simbolica corona di spine di un martirio quotidiano effettivo, fatto di soprusi ed abnegazione ma anche di forza interiore e resistenza psicologica nel sopportare la via crucis di un’esistenza votata spesso alla sottomissione e mai al compromesso sessuale.

Non meno edulcorata è la visione di Jara Marzulli, che indaga il rapporto conflittuale tra la femmina e il proprio corpo, alla ricerca di un’identità primaria e ancestrale. Un nastro che lega i ricordi e avvolge i corpi delle coppie di donne tra loro come una pratica antica con un legame inscindibile, un colore chiaro stemperato che annacqua come un acquerello la pesantezza della memoria, fanno da filo conduttore a rapporti più o meno svelati che si intrecciano  tra simbologie di insetti ed elementi naturali.

Nicla Ferrari e Cristina Iotti portano invece avanti una ricerca sulla femminilità e sulla maternità.

Nicla Ferrari lavora su soggetti in transizione, i suoi figli, che devono affrontare la difficile età dell’adolescenza, con tutto quello che comporta. Le loro teste sono incredibilmente aperte come se fossero pronte ad assorbire stimoli come una spugna, proiettati avidamente verso tutto ciò che ancora non conoscono. La madre li fotografa e li osserva registrandone i passaggi. Nelle piccole teche invece, come reperti da custodire, l’autrice dipinge con minuzia su teli di famiglia brani di volti che affiorano dal rosso, accanto a uccellini e fiori. Spingendosi verso un altrove sconosciuto, cerca di capire se stessa e ciò che le accade attraverso la costruzione di una topografia interiore.

Cristina Iotti toglie ogni orpello, lasciando soltanto lo sfondo decorativo paesaggistico alle sue ragazze scarnificate e nude. Volti e corpi ieratici diventano fulcro di una femminilità assertiva e dialogante, che gravita universalmente attorno a una natura che si presenta come un moderno paradiso terrestre, formato da piccoli e raffinatissimi microcosmi modulati con l’effetto di un ricamo punto e croce.

I quattro uomini in mostra, mostrano una visione diversa e forse più concreta ma non meno accattivante.

Matthias Brandes si lega a filo doppio al filone onirico, pur mantenendo una certa concretezza della rappresentazione. Con una pittura contemplativa e volutamente anacronistica, che ha in sé un sentore metafisico che si lega a certa figurazione italiana del Novecento, costruisce mondi, case e figure che diventano topoi universali – pur rimandendo cose che hanno una loro solidità e che vengono precepite attraverso i sensi – simboli arcaici e ambigui dell’essere tradotti secondo una originale vena immaginativa.

Gabriele Grones è abilissimo nel concentrarsi sulla definizione dei volti di parenti, amici o di se stesso con una precisione quasi matematica dal punto di vista anatomico e una freddezza decisamente razionale, mostrando una vicinanza con alcuni esempi di iperrealismo americano degli anni ’60 come certi portraits di Chuck Close. Ma il suo studio dettagliato si concentra unicamente sul viso, che assume la centralità completa della raffigurazione come fosse una vera e propria icona. In realtà la rappresentazione iconica non è mai fine a se stessa e si rivela illusoria poiché attraverso il flitro del pittore la percezione reale si modifica sotto ai nostri occhi.

Ennio Montariello si affida alla poesia per omaggiare il volto femminile. Cercando di formulare un’estetica del bello come proiezione dell’animo, intende cogliere con realismo fotografico la vitalità e la linfa dell’essere umano, in particolare della donna, che idealizza in senso neoclassico come una poesia figurata, in osmosi alle energie naturali.

Davide Puma infine affronta la realtà animale ponendola come metafora di un ritorno primordiale alla energia della natura, viatico per uscire dal caos che ci circonda, dando all’animale stesso dignità di pensiero come si può vedere dalla tensione dei gabbiani in volo o nelle mucche ammassate che perdono la loro individualità. Il corpo umano ha invece per lui un significato quasi vitruviano, nel momento in cui ne svela l’estrema carnalità.

 

 

 

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