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Il Brasile. Un alveare a ritmo di samba

14 Gennaio 2013
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Decido che è ora di impacchettare casa mia, ormai da diversi anni torno a Reggio Emilia solo per fare le vacanze con i miei cari e poi ripartire  ogni volta in un paese nuovo. Ho deciso che ora voglio vivere così, i dubbi sul futuro non mi spaventano, voglio girare il mondo. Squilla il telefono, sono i Viaggi del Ventaglio, un  fremito mi prende a sentire la prossim destinazione, Brasile: caldo, oceano, lontano, nell’emisfero australe.

Sono euforico, ho solo 48 ore per impacchettare la mia vita e sistemarla in ordine. Si, si accetto rispondo, si riparte. È Novembre 2003, sono a Puerto de Galinhas, un villaggio di pescatori nella costa Nordest del paese a 60 km da Recife, nello stato del Pernambuco.

Nel 1850 la tratta degli schiavi era vietata e per continuare illegalmente, li caricavano assieme alle galline nelle gabbie di bambù . Una notte si rovesciò un veliero, la spiaggia di Porto Rico si riempì di gabbie portate dal mare, la gente accorse urlando: galline!! E con grande stupore si ritrovò davanti schiavi stipati in piccole celle di bambù, da allora invece di Porto Rico diventò Puerto de Galinhas.

Oggi è una località di mare, turisti e spiagge, io ero lì in un villaggio turistico come responsabile traffico/escursioni, si lavorava duro, sempre in corsa tra arrivi e partenze in aeroporto e turisti desiderosi di conoscere il paese. Riesco nel tempo libero ad inventarmi un itinerario in dune buggy andando a zonzo sulle spiagge. Da queste parti le spiagge sono chilometriche, aperte sull’oceano, le palme lunghissime curve dal vento e correre in dune buggy e un vero tocca sana dallo stress.

Passano tre mesi, finalmente libero. È ora di andare all’avventura e non si sa dove, è un mese che nel Nord del Brasile piove quasi incessantemente, mi incontro in aeroporto a Recife con Elvira, un’amica che vive in Spagna e che ha deciso di prendersi 3 mesi sabbatici.

Guardiamo il tabellone dei voli, siamo un po’ abbattuti dalla pioggia, non sappiamo dove andare, iniziano a girare le caselle, continuano ad aggiungersi lettere al nome della prossima partenza, il nome dell’aeroporto d’arrivo del prossimo volo non finisce più, ancora un paio di lettere, ed ecco comparire la parola: Florianópolis, che suono a pronunciarla!! Cosi fiera con tutte le sue vocali, Florianópolis…

Ci dicono che è nel Sud del paese, quindi non dovrebbe piovere, del resto non sappiamo nulla, scopriamo solo in volo che stiamo andando su un isola. Florianópolis è la capitale dello stato di Santa Catarina, uno dei 26 del Brasile.

Dal grigio del Nordest, passiamo nel profondo Sud: foresta tropicale atlantica, spiagge, sole e feste ovunque, è febbraio, c’è il carnevale, ogni scusa è buona per ballare, cantare e suonare.

Il popolo brasiliano ha un energia fortissima, il loro detto è “vivi sempre come se fosse l’ultimo giorno”. Siamo stipati tra la gente che festeggia, alle volte vieni preso di mira da qualche banda di ladri, ed ecco che inizia quella che io chiamo: la lavatrice. Ci sono mani che ti toccano ovunque per derubarti e se fai resistenza, oltre a rischiare di farti male, faresti fatica per nulla ,sei immobilizzato, quando hanno finito di controllarti, ti danno uno spintone ed eccoti uscito dalla lavatrice.

Si gira solo in maglietta, pantaloncini e soldi dentro le scarpe, non c’è altro modo, quando capita la lavatrice, devi solo aspettare che finisca la centrifuga. Nel periodo di Carnevale c’è una sorta di anarchia , dovute al caos, specialmente in zone come Rio de Janeiro dove ogni anno all’ evento sono previsti oltre 3 milioni di partecipanti. È proprio lì che dobbiamo andare, 15 giorni d’autobus tra mille avventure, per raggiungere Alessandro Femminino, un amico fotografo, che farà un servizio per testimoniare il bellissimo lavoro di Barbara Olivi, una ragazza di Reggio Emilia che da anni si occupa di dare un’istruzione ai bambini poveri; ha creato l’Associazione “Il sorriso dei miei bimbi”, istituendo degli asili a Rio e più esattamente all’interno della favelas della Rocinha, la più grande del Sudamerica: 150mila persone stipate in baracche che si inerpicano su una delle colline della capitale, più che case sembrano scatolette di cerini ammassate pronte a crollare con un soffio di vento. La parola Favelas deriva dal portoghese e significa “ alveari”; sono baraccopoli ai margini delle città. I materiali per la  costruzione di queste bidonville sono dei più disparati: da lamiere a scarti recuperati dall’immondizia, sono spesso costruite sui fianchi delle colline, su terreni franabili; le piogge torrenziali, tipiche di queste zone, causano numerosi crolli e un elevato numero di vittime. Alle origini le favelas erano abitate da ex schiavi liberati, che non essendo ancora accettati dalla società venivano qui segregati.

Oggi, dato i bassi costi dell’affitto, sono diventate anche dimora del popolo medio che non arriva a fine mese,

Alessandro è qui anche per questo, vuole far conoscere la realtà di tante persone che si guadagnano da vivere onestamente. L’appuntamento è davanti all’entrata della Rocinha. Arriviamo a Rio dopo una notte di viaggio in

bus da Puerto Seguro , è l’alba, sembra che nulla sia diverso dal giorno: strade piene di persone, musica ovunque, senti nell’ aria che è tutto un fermento, vedo i primi carri che stanno allestendo per il carnevale, siamo arrivati.

Chiediamo a due taxisti al terminal degli autobus di portarci alla Rocinha, si rifiutano, sono preoccupati perché nelle favelas di Rio de Janeiro febbraio può essere anche il momento ideale per una risoluzione dei conti tra le bande rivali che controllano il narcotraffico. Ci guardiamo attorno stringendoci al petto gli zaini, siamo stanchi da una nottata di viaggio e pagare un taxista che ti porti dove vuoi non è sufficiente per averlo. Alziamo il prezzo, un terzo che stava ascoltando si fa avanti, finalmente arriviamo davanti alla favelas, Alessandro è lì con Barbara Olivi e il suo uomo, Julio, che ci scorterà per i prossimi 4 giorni . Gli asili all’interno sono chiusi per il carnevale ci accamperemo dentro ad uno di essi. Alessandro sarà l’unico autorizzato a fare foto (la Foto sotto in bianco e nero è di Alessandro Femminino).

Ci spiegano tre regole da capire molto bene: non fare domande, non guardare troppo negli occhi e se vedi correre,

corri. Ci sono militari ovunque all’esterno, noi siamo ormai dentro seduti a un bar, casse di auto parlanti impilate per strada con musica assordante senza tregua, passa un ragazzo con un lancia razzi in mezzo alla moltitudine di persone, mi ricordo di non fare troppe domande, quindi attendo il momento e chiedo a Julio come mai ci sono persone che camminano con quegli aggeggi. Mi spiega che si chiamano “Fogaderos”, sono pagati dai narcotrafficanti per avvertire quando la polizia decide di fare irruzione oppure quando sta arrivando una banda rivale per regolare i conti. Durante il giorno usciamo a visitare la capitale, mentre Alessandro è impegnato al, suo lavoro fotografico, ma alla sera prima di rincasare dobbiamo sempre telefonare per essere sicuri di poter entrare senza sommosse in atto. Abbiamo i biglietti per il carnevale, quello che per anni ho visto su Rai Uno al telegiornale, finalmente ora posso dire: io c’ero!! La prima sera aprono la cerimonia i bambini sfilando, poi inizia la competizione di 14 scuole di samba, ognuna porta un tema, chi l’Amazzonia, chi il Sole e così via, la gara avviene al sambodromo, una struttura architettonica lunga 700 metri che si sviluppa in senso longitudinale, gli spalti ai due lati del percorso ospitano fino a 85 mila spettatori e altrettanti sono i partecipanti in gara.

Sono le 4 di mattina, siamo euforici dalla nottata spesa con il popolo al sambodromo, è tardi per telefonare e chiedere se è tutto ok nella favela, decidiamo di rientrare senza disturbare, siamo dentro, ad un tratto sento un urlo, mi volto e vedo gente correre verso di noi, ci scatta in testa una delle tre regole: se vedi correre, corri!! Iniziano gli spari, corriamo quanto più possiamo, riusciamo ad arrivare dentro la stanza dell’asilo, il bagno è all’esterno, passano le ore e gli spari non terminano , ormai sono le 8 della mattina, ci attrezziamo per i bisogni primari, abbiamo troppo paura ad uscire, passiamo le ore a cercare di riconoscere i rumori degli spari da quelli dei razzi dei “fogaderos”. Il razzo fa il rimbombo, il suono del proiettile nò. È secco, ti gela il sangue. Sono le 9 di mattina quando la sparatoria finirà. Nessuno può entrare alla Rocinha, ci sono 13 chilometri di coda.

PS. Attualmente la situazione nella favela della Rocinha è notevolmente migliorata, anche grazie al contributo di persone coraggiose e dalla grande umanità come Barbara Olivi, la quale vive e lavora ancora lì.

www.ilsorrisodeimieibimbi.org

 

 

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