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Il Cineforum al “Corso” proietta Anita B.

19 Novembre 2015
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Giovedì, 26 novembre 2015, ore 20.45 – Cinema Corso di Rivalta
Ultimo appuntamento per “I Cineforum d’autunno 2015”
ANITA B., regia di Roberto Faenza, scritto da E.Bruck, R.Faenza, N.Risi, in collaborazione con Iole Masucci; Italia 2014 (durata 84’).

Presenta Eugenio Bicocchi

Il film è “liberamente tratto dal romanzo Quanta stella c’è nel cielo” (2009), della scrittrice Edith Bruck. “Liberamente” indica che il regista, sull’impianto letterario degli avvenimenti presenti nel libro, ha creato, con il linguaggio del cinema, una nuova opera narrativa, secondo la propria visione del mondo. Operazione spesso interessante (il regista è come un lettore che ci parla del libro attraverso il linguaggio filmico) e comunque lecita, quando sono concessi i diritti d’autore. Giova conoscere il presupposto da cui muove Faenza: la fortissima impronta autobiografica, per quanto in una forma narrativa romanzata, presente nel citato testo che Edith Bruck ha scritto all’età di circa 75 anni. Si può notare un singolare fenomeno che è venuto così a prodursi: se la scrittrice – forse per un’esigenza di distanziazione protettiva – attribuisce alla protagonista un nome diverso dal proprio e cioè Anita, il regista, che “liberamente” sviluppa la narrazione, marca però il dato biografico con l’inserimento nel titolo della lettera “B”, ossia Bruck, come se dovesse suonare Anita B(ruck). Si impone, dunque, qualche dato sulla vera Bruck: Edith Bruck nasce nel 1932, in una poverissima e numerosa famiglia ebraica di un paesino della campagna ungherese. Attorno ai 12 anni, con i genitori, il fratello e una o forse due sorelle, viene deportata ad Auschwitz e, poi, in altri campi, fino a Bergen-Belsen (il lager di Anna Frank). Nei lager scompaiono la madre, il padre e una sorella. Edith riesce a sopravvivere. Noi siamo soliti considerare tragico il destino degli internati che periscono durante la prigionia; al contrario pensiamo che, per quanto atroce sia stata l’esperienza, chi si salva è un fortunato che può ritornare alla vita. A quale vita? Il libro della Bruck testimonia che il sopravvissuto lascia nel campo una parte di sé “morta tra i morti”, mentre porta anche fuori dai cancelli “l’infezione di Auschwitz”, inguaribile, incurabile. Ma non basta: il sopravvissuto, con tutto il suo disperato bisogno, si aspetta che il mondo lo accolga amorevolmente e ne comprenda l’angoscia. Purtroppo il mondo esterno ai campi di sterminio, dopo l’atroce esperienza della guerra da esso stesso vissuta, è quasi totalmente ripiegato sulle proprie ferite: ogni individuo segue una via personale per la rielaborazione della sofferenza, spessissimo ricorrendo alla rimozione della memoria. Così l’attesa di affetto e d’amore che il sopravvissuto prova non ha riscontro; così la sua solitudine è totale. Edith Bruck, che è anche poetessa, ha scritto questo sconvolgente verso: Nascere per caso/ nascere donna/ nascere ebrea/ è troppo in una sola vita. Il film Anita B. inizia con il viaggio della protagonista, la quindicenne/sedicenne Anita, da un orfanotrofio, temporanea dimora dopo la liberazione dal lager, all’abitazione della zia Monika (sorella del padre, già defunto), sposata con un ebreo come lei, di nome Aron , genitori dell’infante Roby, nell’ appartamento dei quali abita anche il cognato di Monika, Eli, un giovanotto non sposato. E’ lui che, a nome della famiglia, va a prendere Anita, per accompagnarla nel viaggio in treno. Quando i due arrivano a destinazione, Eli, prima di entrare con Anita, le ingiunge: “Lascia Auschwitz fuori da questa casa!”.

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