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Il dovere della memoria

27 Gennaio 2016
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IL CLUB UNESCO DI REGGIO RICORDA

Come ogni anno, nella nostra città, sono offerte diverse occasioni per ricordare e riflettere sull’esperienza dei campi di sterminio. Adesso in occasione del Giornata della Memoria anche il Club Unesco di Reggio Emilia, che il 10 dicembre scorso, ha svolto una conferenza per la Giornata mondiale del “Diritti Umani” procamati nel 1948 dall’ONU, si associa a quanti celebrano questa data come inizio di una nuova speranza di vita. L’opera per il rispetto dei Diritti Umani, il dialogo, lo scambio interculturale ed interreligioso è la ragion d’essere dei Centri e Club che si riferisco all’ Unesco oggi più che mai indispensabile.

“Meditate che questo è stato». E’ l’appello di Primo Levi, nello struggente proemio del suo capolavoro «Se questo è un uomo». Esso batte il tempo dei decenni che ci separano dalla Shoa, e invita, ogni anno, ad ogni «Giorno della Memoria», ogni 27 gennaio (la data della liberazione del Campo di Auschwtiz, alla fine della Seconda Guerra Mondiale), a non trasformare la tragedia dello sterminio di svariati milioni di Ebrei (e delle altre «minoranze»: rom, omosessuali, dissidenti politici…per un totale, si calcola, tra i 10 e i 12 milioni) in qualcosa di infinitamente lontano: di troppo piccolo, o, all’opposto, di troppo grande perché ci si possa confrontare con esso.

Il rischio è ben presente quando si fanno i conti con la tragedia, o anche solo se si prova a dare un senso, a capire come è possibile che ciò «sia stato», per parafrasare Levi. «Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile. Il rapporto delle cose non può stabilirsi che in un terreno vago, in una specie di no man’s land filosofica» scriveva il filosofo tedesco Adorno nel 1966; negli stessi anni, Elie Wiesel, uno dei sopravvissuti ai campi, ne «La Notte» decretava la «morte di Dio» nelle camere a gas, insieme a quella del popolo ebraico. La Shoa, quindi, come perdita dell’innocenza dell’Occidente, e insieme come fine della Storia, in quanto fine di quella possibilità di raccontare che della Storia è motore.Sono riflessioni che ben riflettono il carattere di rottura che la «Soluzione finale» eseguita dal Nazismo, con la complicità dei regimi alleati, tra cui l’Italia mussoliniana, ha nelle vicende del nostro Continente. La macchina di sfruttamento e morte concretizzata nei campi di mezza Europa, la fredda volontà di potenza che l’aveva preparata, e la sua shoccante scoperta, alla fine della guerra, costituiscono senz’altro uno dei momenti più evidenti di accelerazione della Storia: tra le conseguenze più durature, la scomparsa, dall’Europa orientale, di due presenze centenarie: gli oppressi, gli Ebrei (per eliminazione fisica o per diaspora nel nuovo stato di Israele), ma anche, per triste ironia della Storia, gli oppressori, i Tedeschi (milioni di persone di lingua tedesca, dopo il 1945, furono costrette ad abbandonare le loro case in Polonia, Repubblica Ceca, Balcani, stati Baltici, per tornare nei confini della nuova Germania divisa).

E tuttavia, appunto, la Storia non si è fermata ad Auschwitz, e neppure, come possiamo quotidianamente sperimentare, sono finite la poesia o la fede degli uomini. In un mondo scosso dalle violenze (orientate, ancora una volta, sull’identità religiosa od etnic), in una Europa che si vuole vaccinata dall’esperienza della Shoa restano, si potrebbe dire, il diritto e il dovere di fare del Giorno della Memoria una Giornata del Racconto del senso di ciò che «è stato» (delle spiegazioni storiche e filosofiche della tragedia e della sua preparazione, ma anche degli atti di eroismo che si contano a centinaia, a migliaia): il dovere di esercitare cioè quella razionalità, unita all’intima convinzione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, che ci rende uomini. E che non è morta ad Auschwitz. Ci auguriamo che il valore di questa “Giornata” aiuti tutti noi ad operare…perché tutto ciò non succeda mai più.

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