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Il fegato di Prometeo e la realtà del virtuale

20 Ottobre 2011
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Mi piace inaugurare la sezione Digital Humanities di 8X8 con una riflessione preliminare e più generale sull’argomento, prendendo spunto da una recente mostra Identità virtuali (20/05 – 17/07/2011), allestita nelle sale del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina di Palazzo Strozzi a Firenze.

CCC Strozzina, Identità virtuali

La mostra, che comprendeva fotografie, installazioni, computer art e video, rifletteva sulla riconfigurazione del concetto di identità personale al tempo del web sociale e dei dispositivi tecnologici con cui il nostro corpo e la nostra mente interagiscono quotidianamente.

Solo in queste poche righe introduttive ci siamo imbattuti in almeno quattro grandi temi trattati dalle discipline umanistiche negli ultimi venticinque secoli in Occidente:

  1. il ruolo della tecnica nella definizione dell’io
  2. la vexata quaestio del rapporto mente-corpo (mind-body problem)
  3. l’identità personale come esito di relazioni sociali (grandemente amplificate dalla Rete)
  4. la dimensione pubblica del privato: privacy, anonimato, libertà di espressione

Si dice – e nessuno ne dubita – che siamo figli e abitanti dell’età della tecnica, una condizione che ha ampliato possibilità e libertà, emancipando l’uomo da bisogni e dipendenze a cui la natura lo costringeva. Il mito di Prometeo è la grande narrazione archetipica con cui gli antichi ci introducono al peccato originale che ancora oggi scontiamo: la deminutio di tutto ciò che è culturale (o artificiale, tecnologico, virtuale) rispetto a quanto è naturale. Prometeo (colui che pre-vede) ha un fratello, Epimeteo (colui che vede-dopo) che, dopo aver distribuito a tutti gli animali le facoltà specifiche che avrebbero garantito loro la sopravvivenza, si accorge (vede-dopo, lo sciagurato!) di averle terminate proprio nel momento di farne dono all’uomo, rimasto così “nudo, scalzo, scoperto e inerme”. Gli uomini sono quindi in totale balìa della natura e degli dèi, essendo il loro orizzonte di vita e di senso circoscritto tra cielo e terra. Prometeo allora interviene rubando a Efesto e ad Atena la loro sapienza tecnica insieme al fuoco e li dona agli uomini, rendendoli, come dice Eschilo, “da indifesi e muti, assennati e padroni delle loro menti”. Con la tecnica gli uomini si emancipano quindi dallo stato di natura e iniziano il lento percorso della civiltà e della polis, attraverso la cottura degli alimenti, la trasformazione dei metalli, la produzione di attrezzi e strumenti per la lavorazione della terra, di armi per esercitare il potere e dominare altri uomini. Ora possono ottenere da soli quanto prima chiedevano agli dèi. La condanna di Prometeo, in cui viene trasfigurata la nuova condizione umana, è l’incatenamento alla roccia, alla materialità inorganica, mortifera. Un’aquila gli divora ogni giorno il fegato (antica sede della volontà) che di notte è destinato, in eterno, a riformarsi, così come i desideri legati al soddisfacimento dei beni materiali divorano, senza mai appagarlo veramente, l’uomo. Emancipandosi con tecnica e sapienza, l’uomo ha dunque perduto il legame col divino e la natura. Fino a un certo punto però, rincuora Prometeo lo spettatore antico della tragedia di Eschilo: “La tecnica è di gran lunga più debole della necessità”, ricordandogli quanto le leggi e la morale artificiali (perché prodotte dall’uomo e non più rivelate o imposte dal dio) rimanevano tuttavia basate sul nomos naturale, in quel momento ancora prevalente.

Prometheus, Rockefeller Center, NY, USA

Prometheus, Rockefeller Center, NY, USA

Possiamo dire la stessa cosa oggi? Certamente no. La tecnica moderna, con una fenomenale accelerazione nell’ultimo secolo, ha sovvertito l’equilibrio antico: la natura non è più orizzonte, non c’è più il limite posto dalla necessità di natura, ma più semplicemente viviamo una ridefinizione continua del vincolo, secondo convenzione, utilità, calcolo. L’umanità che progetta (in quest’ottica il pro-iectum è un atto massimamente prometeico) si svincola dalle finalità e dalle attese che tuttavia ci prefiguriamo, come chiaramente ci dice Umberto Galimberti: “ La tecnica non salva, non redime, non svela verità, la tecnica funziona e, siccome il suo funzionamento diventa planetario, sarà nostro compito rivedere i concetti di salvezza, redenzione, verità, ma anche quelli di identità, libertà, senso, scopo, di cui si nutriva l’età pre-tecnologica e che ora dovranno essere riconsiderati, aboliti o rifondati dalle radici”.

L’inquietudine è l’esito del collasso tra una “vecchia” ma ancora attiva predisposizione verso il naturale e una “nuova” (perché inevitabilmente, crudelmente attuale) necessità di artificiale. Perché in questo senso la tecnica non è una scelta, non è neutra come molti continuano a sostenere, non dipende dall’uso che se ne fa.

Sherry Turkle, in un saggio contenuto nel bel catalogo della mostra (Silvana editoriale), ci parla di come i dispositivi tecnologici di fatto abbiano già cambiato la nostra naturale predisposizione alla relazione umana:

Dan, insegnante di giurisprudenza sulla cinquantina, dichiara che al lavoro non “interrompe” mai i colleghi. Non li chiama, non chiede di incontrarli perché, dice, “magari stanno lavorando, potrebbe essere il momento sbagliato”. Gli chiedo se si tratta di un’abitudine recente: “Oh sì” risponde “prima passavamo del tempo insieme, anche senza fare niente di particolare. Era bello” […] Poi però fa un pausa e si corregge: “Non sono del tutto sincero su questo punto: la verità è che io non voglio più parlare con gli altri adesso. Io non voglio essere interrotto. Penso che dovrei volerlo, sarebbe bello, ma è più facile avere contatti con le persone sul mio BlackBerry”.

Soffermatevi sulle ricorrenze della volontà nella risposta di Dan e risulterà immediata la relazione con il fegato di Prometeo: la tecnica seduce la volontà dandole l’illusione di una sottomissione all’Io, ma è vero il contrario: è la tecnica che guida, modificando il normale comportamento dell’Io. La tecnica è l’ambiente in cui ci troviamo immersi fin dal primo vagito quando entriamo nel mondo, senza più possibilità di uno sguardo “da fuori”, innocente, pre-tecnologico. Abitudini, pratiche, rappresentazioni del corpo fisico, leggi, istituzioni, tabù: tutto è pregiudicato dalla condizione tecnologica di sfondo in cui si danno. Per questo motivo, nonostante la tentazione sia quella di svalutare il virtuale (estrema deriva dell’artificio tecnico che sostituisce, “aumentandola”, la natura vera), oggi il virtuale non è meno reale del naturale. Il falso essere (ricordate l’allegoria platonica della caverna?) non è meno vero del vero essere e produce effetti non meno tangibili. Se pensate alla progressiva dematerializzazione del denaro, misura di tutte le cose (prima soldo, che non per niente deriva da solidus, costituito originariamente da materiale prezioso, poi banconota, quindi bit), avrete una chiusura sufficientemente inquietante del ragionamento.

Ecco allora che l’inquietudine diventa la cifra della mostra Identità virtuali di cui racconto due opere.

I volti illuminati di Evan Baden

Nella serie The Illuminati, Baden ritrae alcuni ragazzi, nativi digitali, intenti a interagire con le loro estensioni digitali: smartphone, tablet, laptop … Il paradosso che suggerisce l’artista è quello di una presenza-assenza contemporanea del soggetto rispetto all’osservatore: mentre il corpo è oggetto dello scatto fotografico, percepiamo chiaramente l’assenza del sé del soggetto, dislocato nella relazione con un oggetto che lo porta altrove. L’espressione impassibile dei giovani ritratti non consente alcuna rivelazione di sentimento o coinvolgimento con lo spettatore. Sono lì ma anche altrove. L’uso del display come unica modalità di illuminazione della scena consente un immediato rimando alla pittura seicentesca, conservando e approfondendo la dimensione spirituale dell’indagine artistica, come lo stesso Baden ci suggerisce: “Siamo sempre più immersi in un tenue bagliore azzurrino, silenzioso e divino. Come se tenessimo la divinità in tasca o nella borsa”.
www.evanbadenphotography.com

La delocazione psichica dei gamers di Robbie Cooper

Il fotografo e videoartista britannico Robbie Cooper riflette, invece, sugli effetti prodotti dall’uso dei videogame sull’identità personale come continuità corporea (Alter Ego, 2007) e come continuità psichica, messa a dura prova dall’esperienza immersiva del gioco (Immersion, 2008).

Alter Ego

Cooper affianca ai ritratti veri di persone che partecipano a giochi di ruolo immersivi i loro avatar o identità virtuali, suggerendo allo spettatore lo slittamento tra i due piani, dove alcuni caratteri somatici e, immaginiamo, psicologici dei soggetti vengono trasfigurati o esaltati.

Immersion

Montando una telecamera in corrispondenza dei monitor utilizzati da giovanissimi videogamers, Cooper consente allo spettatore di diventare l’interlocutore virtuale dei soggetti ripresi. L’effetto è quello della percezione ben definita dell’esperienza immersiva, corporea e psichica, prodotta dal gioco. Lo sguardo dei gamers, a differenza di quanto avviene durante una normale (naturale) conversazione, sembra quasi attraversare lo spettatore, fissandosi in un punto esterno alla scena dell’allocuzione. I ragazzi sono presenti fisicamente, ma del tutto delocati nella loro dimensione volitiva e presenza psichica.

www.robbiecooper.org

Tutte le schede delle opere in mostra sono disponibili sul sito della Strozzina.

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