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GUIDO RENI: IMPORTANTE SCOPERTA

31 Ottobre 2016
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E’ Emilio Negro lo “scopritore” di questo “Ecce Homo” di Guido Reni.
Emilio Negro è un importante storico dell’arte, collaboratore con il reggiano Massimo Pirondini e coautore di libri fondamentali per lo studio dell’arte, cito ad esempio “La scuola del Guercino”, “La scuola dei Carracci” e “La scuola di Guido Reni”.
Il quadro del Reni (olio su tela), scrive Negro, nella scheda di presentazione “proviene da un’importante raccolta privata già appartenuta ad un’antica famiglia di origine reggiana poi trasferitasi a Bologna”.
L’artista bolognese (1575-1642) era solito replicare certi soggetti soprattutto a carattere devozionale, ad esempio un “Ecce Homo” che richiama quello appena scoperto è a Parigi al Museo del Louvre con “misure quasi uguali (cm. 62 x 48) con alcune varianti, continua Negro, come “la distribuzione delle macchie di sangue, l’inclinazione della canna di bambù e le più ristrette porzioni di mantello.
Nel merito dell’attribuzione Negro afferma che : “Va rilevato che l’Ecce Homo qui in esame, al pari della versione parigina, mostra i caratteri tipici della cultura tipica reniana della fine degli anni Trenta del XVII secolo; la materia cromatica, assai compatta, granulosa eppure rilucente, le tinte tenui e rese lievemente sfumate nei contrasti di lume e i caratteri fisioniomici rimandano con convinzione all’arte bolognese del primo seguito carraccesco….”
L’Ecce Homo del Reni si rifa senz’altro a quel capolavoro assoluto che è “Il Crocifisso” (1637) ora alla Galleria Estense di Modena ma che si trovava a Reggio Emilia, nell’Oratorio delle Cinque Piaghe in via Emilia Santo Stefano. Il Duca di Modena, nel 1783, preleva il dipinto per trasferirlo negli appartamenti ducali modenesi.
Nel 1988 il maggior studioso del Reni, Stephen Pepper, pubblica l’opera completa e la scheda del Crocifisso, dove si evidenziano gli storici dell’arte che hanno scritto sulla stessa opera; tra i più importanti il Malvasia, Campori, Adolfo Venturi, Ricci, Pallucchini, Gnudi, Cavalli e Monducci-Nironi. Nel famoso catalogo della mostra bolognese del 1959 “Maestri della pittura del Seicento emiliano”, Gian Carlo Cavalli scrive : “In Guido principio ideale e realtà s’identificano ben presto, come stretta conseguenza della teoria classicista, nel mito stesso della bellezza”.
E’ il classicismo del Reni, quasi in contrapposizione all’arte del Caravaggio; è la pittura che piacerà al grande storico dell’arte Giovan Battista Bellori “Le vite de’ pittori, scultori e architetti moderni” (1672), con concetti come “L’Idea” e il “Primato della linea”, così ben descritti dal Tatarkiewicz nella “Storia dell’Estetica” confermando le tesi del Bellori ” Il Reni nel campo del bello ha superato tutti gli artisti del Seicento”.
Il Crocifisso del Reni è un’opera modernissima, lineare, essenziale dove la luce è irradiata dal Cristo in croce, che senza gli stilemi della passione è pronto a salire al Cielo, lo conferma anche lo sbuffo che vince la legge di gravità. Sono incarnati i valori del Concilio di Trento, la Controriforma, che tramite il cardinale Paleotti e grazie a teorici come Giovanni Andrea Giglio, hanno cercato di inculcare agli artisti quell’arte “senza tempo” e la “regolata mescolanza” che trovano nel Reni il loro maggiore interprete.
Lo storico tedesco Herman Voss nella “Pittura del tardo Rinascimento” (1920) accosta il Reni al Cavalier d’Arpino nella Cappella Paolina di S. Maria Maggiore, descrivendo le opere dell’Arpino come quelle che reggono il confronto con il celebrato bolognese. Scrive Voss che “Si può addirittura parlare di una certa affinità dei due artisti riguardo alla capacità interpretativa da loro auspicata”.
A questo proposito propongo un quadro del Cesari, recentemente attribuito dal prof. Mancini: è un Ecce Homo di proprietà della Fondazione Carisp Perugia.
Reni e il Cavalier d’Arpino lavoreranno anche a Napoli nella Certosa di San Martino : il primo con una pregevole “Adorazione dei pastori” e l’altro nell’affrescare le volte.
Anche il Cavalier d’Arpino ha una pala d’altare in questa città, è la Visitazione nel Duomo e dove in questi anni è stato scoperto anche il suo autoritratto (Cfr. F. Silvestro, La scoperta dell’autoritratto del Cavalier d’Arpino nel Duomo di Reggio Emilia) (2013).

 

 

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