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INDIA: MISTICISMO E ROLLING STONES

12 Novembre 2012
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Sono le due di notte quando sento il rumore del carrello dell’aereo aprirsi, stiamo atterrando a New Delhi capitale dell’India, vedo dal finestrino una miriade di luci avvicinarsi a me, le strade brulicano di tutto, cerco di seguire le linee dell’asfalto che si interrompono tra la moltitudine di cose, animali e uomini tutti ammassati per le vie della capitale, sono con il mio amico Christian, faremo l’India del Nord assieme, poi le nostre strade si separeranno, lui proseguirà verso il Sud e io verso il Nord, destinazione Kathmandu in Nepal. aeroporto è pregno di odori antichi, vengo invaso da uno stato d’animo non cosciente, è bello quando questo accade, quando un odore ti riporta a una sensazione passata imprecisata, non riesci ad associarla, ma c’è, provi delle emozioni e vuoi ricollegarle, definirle, ma non è facile, a volte non riesci, rimani solo con un sentimento vivido lasciato dal profumo, è come se ti fosse stato fatto un regalo, il profumo è lì per te, è stupendo. Inizio a distinguere l’odore dell’incenso denso nell’aria misto a quello dei tessuti dei vestiti degli Indiani intorno a me, mi riporta ai cassetti di mia nonna, a quando aprendoli annusavo la sua storia, una sensazione intima e rassicurante, l’antico che si mischiava alla protezione dell’affetto presente nell’aria.

È ora d’uscire all’esterno dell’aeroporto, siamo nervosi, un po’ scioccati, davanti a noi una recinzione metallica illuminata di sbieco da luci fioche che ingialliscono il paesaggio, una miriade di mani fuoriescono dai quadrati metallici chiedendo l’elemosina, l’impatto è fortissimo, abbiamo voglia di tornare indietro, l’aria è carica di odori, anche quelli nauseabondi delle fogne a cielo aperto, dobbiamo raggiungere il parcheggio dei taxisti, un ragazzo ci viene incontro offrendosi di accompagnarci nella parte vecchia della città (Old Delhi), cerca di farci strada scansando la folla che allunga le mani verso di noi in cerca di carità, non fa altro che ripetere a chiunque: shalò, shalò! Ero sicuro che la prima parola che avrei imparato in indiano sarebbe stata ciao, per me è sempre stato così in un paese nuovo, invece in India la parola è stata vai via, shalò. Mi guardo intorno mentre il taxista fa lo slalom cercando di evitare il caos, sono turbato, non mi piace l’idea di dover allontanare le persone da me.

Benvenuto in India. La strada s’interrompe, il taxista ci indica il vicolo da seguire a piedi per sbucare nella piazzetta dove forse ci sono degli alberghi per dormire, l’asfalto è un susseguirsi di bozzoli umani coperti e stesi per strada, stiamo attenti a non calpestare nessuno, qua e là fuochi accesi per scaldarsi dall’inverno indiano, la strada è casa loro, non hanno altro, alcuni, i più fortunati, dormono sulle biciclette con il traino dietro, è un’immagine surreale, ho assistito a liti per rivendicazioni di marciapiedi sui quali dormire e vivere, la maggioranza di loro non sono nomadi, ma vivono sui cigli delle strade ormai acquisiti da anni, mi raffiguro dei bruchi, devono trovare il metodo di isolarsi e proteggersi dal mondo sotto coperte e teli usurati dal tempo e dallo smog, per dar forma alle crisalidi dove si imbozzolano, purtroppo però, troppi fra loro, non diventeranno mai delle farfalle… Guardo il mio passaporto sul quale c’è scritto comunità europea e mi chiedo chi ha deciso che io non dovessi nascere in India.

Siamo troppo stanchi e provati per cercare una hotel ospitale, entriamo nel primo che vediamo, appoggiamo dei giornali sul letto dalla sporcizia che c’è, e vestiti come siamo ormai da 24 ore, ci stendiamo sopra in cerca di pace, veniamo svegliati dopo un paio d’ore dallo squittio dei ratti che percorrono le assi del soffitto sopra le nostre teste, per fortuna è già l’alba, dobbiamo trovare un luogo decente per ripulirci, la prima cosa che vediamo uscendo all’aperto con gli zaini sulle spalle, sono un gruppo di bambini pieni di schiuma che si lavano sul ciglio della strada facendo a turno ad abbassare la leva del pozzo per far fuoriuscire l’acqua, che attraversa le vie tra tuk tuk, carriole, lebbrosi, mucche, maiali, bici, taxi, cammelli, elefanti, cani, scimmie, urla e clacson. La notte non è stata altro che un preannuncio allo shock culturale che sentiamo guardandoci intorno. E’ ora purtroppo di dire shalò e poi ancora shalò, spesso non basta, fa caldo, continuano a seguirci per minuti interminabili, finalmente fermati mondo, entriamo in un albergo decente, ci ripuliamo e cadiamo in un sonno profondo.

Quasi un quarto della popolazione mondiale in un solo paese, è incredibile, puoi prepararti all’impatto, documentarti, ma quando arrivi qui, vieni investito inevitabilmente dalla realtà non potrai mai essere pronto abbastanza. Il nostro viaggio prosegue, è ora d’andare nella città più antica del mondo, Varanasi, 4000 anni di storia, la città sacra per eccellenza. Ogni Induista, almeno una volta nella sua vita, deve recarsi a Varanasi e immergersi nel sacro fiume Gange per sfuggire al “sasmara”, cioè il ciclo di vita, morte e rinascita spesso raffigurato come una ruota dalla quale bisogna uscire per non rimanere intrappolati nel ciclo eterno, quello che gli Induisti indicano come “l’oceano dell’esistenza”, la vita terrena, il mondo materiale, che è permeato di dolore e di sofferenza.

Il mondo come noi lo vediamo, e nel quale viviamo, altro non è che miraggio, illusione, immerso in questa illusione, l’uomo è afflitto quindi da una sorta di ignoranza metafisica, da una visione inadeguata della vita terrena e ultraterrena, tale ignoranza conduce l’uomo ad agire rimanendo intrappolato così nel “sasmara ”, a Varanasi può raggiungere finalmente il “nirvana” (cessazione del soffio, estinzione), la libertà dal desiderio, il fine ultimo della vita, lo stato in cui si ottiene la liberazione dal dolore. Ci si avvicina a questi concetti tramite i “ mantra”, strumenti per pensare e meditare, parole e vibrazioni ripetute ritmicamente, eseguite soprattutto al livello mentale, che aiutano, secondo la tradizione indiana, a raggiungere l’equilibrio, a trovare dentro di sé la parte buona, l’energia vitale per avvicinarsi al divino, il “nirvana”. Concetti non facili, dal fascino immenso, sono sempre stato attratto moltissimo da quello che gli Induisti chiamano “karma”, il principio di “causa-effetto”, un principio di concatenazione secondo il quale ogni azione provoca una reazione. Trovo molta consapevolezza in tutto questo, mi piace credere che nulla sia a caso, che non siamo mai vittime di fattori esterni, ma alla peggio carnefici di noi stessi, perché non abbastanza consapevoli, questo mi aiuta a dare un senso alla vita, nel qui e ora, liberandomi dal concetto di credo come entità precisa alla quale dover dare un nome e mi aiuta a mettermi al centro della mia vita. Ci sono sempre motivi che noi riteniamo validi per lamentarci, ma spesso non osserviamo con consapevolezza le ragioni del nostro stato, siamo preda del nostro sentire dovuto a quello che noi riteniamo cause esterne, ma se sei consapevole, forse le reazioni cambiano perché nulla è mai lasciato al caso, siamo noi i protagonisti. Varanasi è anche il luogo dove se è possibile, bisogna andare a morire e offrire le proprie ceneri al fiume Gange, o meglio nominato “madre Ganga”.

Arriviamo nella città sacra, ci facciamo largo tra la folla seguendo i fumi che si alzano al cielo dei corpi che bruciano sui ghats, rampe di scale di pietra che terminano all’interno dell’acqua del Gange. L’odore della carne umana che brucia è fortissimo, al lato del cadavere che si decompone tra le fiamme, pire di uomini morti pronti anch’essi a essere donati alla madre Ganga, lo scenario è apocalittico, denso di misticismo, il figlio maschio del defunto, mentre il padre brucia, viene rasato a zero come tradizione vuole, centinaia di persone assistono   da terra o dal fiume affidando alla madre Ganga fiammelle accese di candele appoggiate dentro delle foglie che galleggiando vengono portate dalla corrente, quanto più lontano la corrente porterà la propria fiammella, tanta più prosperità si avrà. Prima di assistere a tutto questo, la mia mente da occidentale era quasi agghiacciata all’idea della visione d’un corpo che bruciava, ora che sono qua, ripenso ai nostri funerali, al momento tremendo nel quale la bara viene interrata e scompare dalla visuale, forse il momento più doloroso della cerimonia, l’ignoto, ora invece sono qua e non provo ribrezzo, ma pace e serenità, quello che nel mio immaginario mi paralizzava, in realtà è il naturale processo della vita che continua trasformandosi davanti ai miei  occhi.

È ora di salutare Christian per un viaggio interminabile in bus verso il Nepal (altro episodio), ma per rimanere sempre in India, mi catapulto dal Nord, al profondo Sud, la punta più estrema dell’India, sono con Sem, il mio amico norvegese, è il periodo dei monsoni, arriviamo dopo due giorni di viaggio in treno a Bangalore, una delle città più moderne e sviluppate dell’India, un polo mondiale dell’informatica, siamo conciati male, il caldo è opprimente, appena scendiamo dal treno, imbattiamo in due inglesi gasatissimi, ci guardano e ci chiedono se anche noi siamo venuti a Bangalore per vedere il concerto dei Rolling Stones, non crediamo alle nostre orecchie. Non c’è tempo per riposare, dobbiamo comprare i biglietti.

È sera, siamo dentro lo stadio all’aperto, abbiamo pagato 18 dollari, ho il petto appoggiato alla prima transenna di fronte al palco, a dieci metri da me, ci sono tre aree distinte, la prima la nostra e poi altre due, tutte grosse più o meno come dei campi da calcio, le altre due sono gratis per il popolo che non può permettersi di pagare, esce Mick Jagger seguito da Keith Richards che non riesce a infilarsi la fascia di cuoio della chitarra dietro la schiena, è caduto da una palma di cocco in modo disastroso un paio di mesi prima, è il delirio, 2 ore e mezzo di concerto e incessante pioggia monsonica, ho gli anfibi talmente zuppi che schiumano, non credo ai miei occhi, mi volto e i riflettori gialli illuminano lo stadio, vedo tanti rigagnoli d’acqua che luccicano colando in contrasto sulle facce nere esaltate degli indiani. è un momento indimenticabile, vorrei avere trenta telefoni per chiamare chiunque e dirgli che sono di fronte a Mick Jagger.

“Pronto! Mi senti? Sì, sono in India, sono davanti ai Rolling Stones! Mi senti?”

“Sì ti sento! Sì, sei in India , lo so, ma non dirmi cazzate per favore!!”. Grazie India.

Ps. Ci rivediamo dopo l’estate.

 

 

 

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