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La cultura negata, ma nessuno (o quasi) s’indigna

9 Novembre 2011
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Diceva Goebbels che, quando sentiva parlare di “cultura”, metteva istintivamente mano alla pistola. Dal suo punto di vista non si sbagliava: come ha scritto qualche tempo fa Mario Vargas Llosa, in “Beati i Paesi con molti musei”, cultura è “quel sapere che ci rende capaci di cogliere la differenza tra il bello e il brutto, l’intelligenza e la stupidità, il buono e il cattivo, l’accettabile e l’inaccettabile”. “Il progresso”, dice lo scrittore peruviano Premio Nobel per la Letteratura, “non vuole dire solo molte scuole, molti ospedali e molte strade”, ma musei, biblioteche, centri espositivi, teatri, tutto ciò che affina la sensibilità, stimola l’immaginazione, educa i sentimenti e risveglia uno spirito critico e autocritico. I tempi del delirio nazista sono alle nostre spalle, ma non tutte le tossine sono state bruciate nei falò della storia, se si pensa a certe ostinate, rozze chiusure nostrane e a quel che sta succedendo in alcuni Paesi dell’Europa dell’Est, dove il socialismo reale ha covato, per anni, molte uova di serpente che ora si dischiudono, a conferma del fatto che non ha certo cambiato le coscienze e la cultura dei più.

Nel nostro Paese molti s’inchinano alla “cultura”, ma con lo stesso sentimento di chi, non credente, si fa il segno della croce e s’inginocchia frettolosamente in chiesa passando davanti all’altare. Altre sono le beatitudini praticate, come confermano, in ogni stagione, i tagli prioritari alla cultura e il metodo con cui spesso si affrontano, a ogni livello, le scelte delle persone chiamate a reggere, nell’amministrazione pubblica, le responsabilità di indirizzo generale e di gestione. Il perché di questa consuetudine è presto detto: la cultura non viene affatto ritenuta, come pure si afferma, una priorità strategica, un motore dello sviluppo, e quando si sostiene di volerla mettere sugli altari, non si fa che ripetere una giaculatoria che si sa essere gradita ad alcuni di cui si vuole catturare la benevolenza e il sostegno, ma si è già pronti a non trasformare mai quelle parole in fatti, lasciando che restino pure bolle di sapone, destinate a presto svanire dentro l’aria.

Ciclicamente, da tanti anni ormai, si riaprono, languono e si chiudono, nella nostra città, dibattiti sulla cultura, senza mai un approdo conclusivo che segni un’innovazione di metodi e di programmi. Forse perché mancano, secondo me, alcune consapevolezze: cultura non è solo ciò che specificamente promuovono gli enti pubblici e i soggetti privati attraverso istituzioni, fondazioni, iniziative proprie a ciò specificamente votate, ma anche quel che si fa e si pratica in tanti luoghi “altri”, partendo dalla ricerca e dalle innovazioni che vivono nelle scuole e nelle università, nelle aziende produttive, sanitarie, della progettazione e della comunicazione; il dibattito sulla cultura può fare un salto di qualità solo se si smette di coinvolgere il cerchio ristretto dei soliti addetti ai lavori, spesso pronti a scambiare le proprie esigenze personali per le soluzioni risolutive, e se ne riconoscono invece gli altri fondamentali protagonisti. Nello stesso tempo, occorre essere consapevoli che l’attenzione e l’interesse per le vicende culturali sono, anche a Reggio, assai scarsi – nessun indignado scende in piazza… –, come testimoniano l’assoluta indifferenza e il silenzio diffusi intorno a tante vicende recenti (ultima, l’anacronistica opposizione all’introduzione di opere d’arte contemporanea in Duomo), nelle quali ancora una volta le stesse forze politiche paiono avere perso ogni memoria di un fervore di elaborazione e di sintesi pure non lontanissimo, dimostrando di essere “anime morte” o comunque paralizzate dai timori di dispiacere a qualcuno che conta. Infine, per uscire dal tormentone sulle risorse insufficienti, occorre razionalizzare la spesa, innovare con coraggio, accorpare, finirla con la proliferazione delle strutture, semplificare, mettere in rete, sempre tuttavia come conseguenza non di puri artifici organizzativi, ma di risposte concrete a certe domande: ad esempio, “qual è il progetto di Reggio per l’arte moderna e contemporanea?”. “Spes ultima dea”, forse, o, come diceva San Paolo nella “Lettera ai Romani”, “Spes contra Spem” – il titolo di uno dei grandi quadri allegorici di Guttuso… –: occorre tenacemente, ostinatamente serbare la memoria e desiderare quel che oggi pare irraggiungibile e impossibile.

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