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LA VITTORIA DI OBAMA INTERESSA ANCHE A NOI

26 Novembre 2012
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Non pochi osservatori avevano preconizzato, che il voto negli Stati Uniti avrebbe fatto vincere chi proponeva soprattutto ricette economiche, invece, alla fine e per fortuna, seppur di misura, ha vinto Obama, facendo prevalere la politica, con la “P” maiuscola, quella mossa da grandi valori etici inclusivi, solidali, pacifisti e tolleranti, rispetto alle logiche del mercato e della finanza. Per inciso, la grande finanza ha appoggiato apertamente Romney. Il segno della volontà e della speranza per il popolo americano, ma in un certo senso anche per noi, è racchiuso nella parole “Il meglio deve ancora venire!” dette a caldo proprio dal  presidente riconfermato nella bellissimo discorso di Chicago Ma cosa è successo davvero in queste elezioni? E cosa accadrà nei prossimi quattro anni? Alla fine, è accaduto esattamente quello che gli analisti più accorti sostenevano fin dal principio: ha vinto Barack Obama, senza lo stesso entusiasmo del 2008, con un certo grado di astensione in più e qualche Stato in meno. Ma cosa è successo davvero e di nuovo nella “pancia” del sistema USA?

Una foto-finish da giallo  per i democratici? No, ma a Obama non è andata così  bene. L’ansia finale, il risultato in bilico, la rimonta di Romney; è stato possibile mediatizzare tutto questo grazie a un singolo e disgraziato evento: la pessima performance di Barack Obama nel primo confronto televisivo con Mitt Romney. I repubblicani hanno sentito l’odore del sangue, ci hanno creduto, sono riusciti a valorizzare le debolezze del presidente uscente. I giornalisti hanno trovato la notizia che poteva incollare gli elettori davanti alla TV per quasi un mese. Dopo di che è cominciata la guerra dei sondaggi sugli Stati in bilico, o presunti tali: Colorado, Florida, Iowa, Nevada, Virginia, Wisconsin, New Hampshire, il famigerato Ohio. I sondaggi sono stati usati come una clava: i repubblicani – e le loro società di rilevazione – sostenevano che i dati di ottobre sottostimassero la performance di Romney, sotto-rappresentando il ruolo dell’elettore bianco repubblicano e dando un peso eccessivo alla partecipazione elettorale delle minoranze etniche, filo-democratiche. Gli strateghi democratici, al contrario, sostenevano che i dati in loro possesso su partecipazione al voto anticipato e pre-registrazione nelle liste elettorali gli facessero dormire sonni tranquilli Hanno avuto ragione loro, ma qualche spavento se lo devono esser preso: Obama nel 2008 vinse con quasi 10 milioni di voti di distacco su McCain, questa volta è rimasto intorno a 2 milioni.

Come ha vinto Obama? Il candidato democratico ha messo insieme la coalizione elettorale (in ascesa) del 2008, ovvero donne (la gran parte), giovani, ispanici e neri, e quel che bastava della working class bianca degli Stati in bilico, quella che ce l’ha più con i ricchi e stra-ricchi che con il governo (negli altri Stati questa constituency gli ha voltato le spalle). A questo scopo sono stati determinanti due fattori: a) il salvataggio del settore dell’auto (grazie anche alla Fiat di Marchionne), che ha contribuito a mantenere i livelli di disoccupazione in Stati come l’Ohio al di sotto della media nazionale; b) l’impegno e l’abnegazione di Bill Clinton e di tutti quelli che sanno parlare a quella porzione di elettorato meglio di Obama. Negli Stati in bilico dell’ovest e del sud dove Obama è tornato a vincere è stata decisiva la coalizione che rappresenta il futuro del paese: donne, giovani, minoranze, città contro parte del suburbio e mondo rurale. Se in termini quantitativi, nel giro di quattro anni, gli elettori di Obama sono decisamente diminuiti, in termini qualitativi la “coalizione” pro-Obama si è mantenuta identica. Inoltre, non va dimenticato un ultimo elemento, tutto personalistico e “presidenziale”: nonostante la perdita di consensi, l’elettorato americano ha preferito sostenere e dare fiducia a Obama, alla sua immagine, a quella famiglia presidenziale. E’ sintomatica la forte dichiarazione d’amore alla moglie Michelle nel discorso di Chicago. In parole povere, seppure in un generale clima di sfiducia verso la politica, tipico di tutte le democrazie occidentali, ha avuto più fiducia nel presidente in carica che nel suo concorrente repubblicano. Hanno prevalso i valori dell’unità del paese, per una società migliore. Ma soprattutto ha trovato conferma la fine del capitalismo selvaggio, aperto negli Stati Uniti e in Europa all’inizio degli anni ‘80. Un ciclo che si basava sull’idea che accentuazione delle dinamiche individuali, la fiducia assoluta nel mercato, il ridimensionamento dello stato sociale, fossero le condizioni per la crescita e, adesso, per uscire dalla crisi.

E i repubblicani? Per loro si apre una stagione molto complessa, proprio a causa di quei fattori che hanno permesso a Barack Obama di vincere le elezioni: non rappresentano l’elettorato potenzialmente espansivo del sistema politico americano. Cosa fare di un partito votato da poco più di un terzo degli elettori under 29, ignorato dal 77% dell’elettorato ispanico (secondo  la CNN) e sempre più inviso alle donne? Alcuni leader repubblicani porranno la questione, poiché si stanno restringendo gli spazi a disposizione del proprio partito. In dieci anni la percentuale di elettori ispanici è cresciuta enormemente, e il GOP (il vecchio partito repubblicano) non li ha saputi intercettare. Per questo sarebbe stato così importante per loro vincere queste elezioni: si sarebbe interrotto il consolidamento della nuova coalizione democratica uscita dal voto del 2008 e che appariva quasi invisibile nel 2004, invece l’uscita del Governatore Romney lascia un partito spaccato tra falchi e colombe. C’è  da segnalare infine, e questo ci dovrebbe importare come cattolici, una questione che riguarda aspetti culturali e di valore. I repubblicani hanno trasformato queste elezioni in un doppio referendum: contro Obama e contro la sua aspirazione di rendere più accettabile il ruolo attivo del governo nella vita degli americani. Se volessimo usare un termine caro a noi europei, diremmo voler più “economia sociale di mercato” e meno liberismo. Li hanno persi tutti e due: potranno permettersi di mantenere intatto il loro profilo culturale da qui al 2016?

Cosa farà ora Obama? Segnaliamo solo due questioni delle moltissime che verranno trattate, discusse, o magari abbandonate. Prima di tutto, Obama dovrà confrontarsi di nuovo con i repubblicani in merito alla revoca delle esenzioni fiscali introdotte da George W. Bush, che verranno meno a partire dal 1° gennaio 2013. Di nuovo uno scontro, fra una Camera dei rappresentanti a prevalenza repubblicana e un Senato e prevalenza democratica, che sarà al contempo ideologico e di interessi. Lo scontro sul bilancio sarà una costante dei prossimi quattro anni: toccherà a Obama trovare una strategia per affrontarlo. E poi sarà l’ora dello scontro sul cosiddetto “fiscal cliff”, il grande dilemma tra taglio delle spese e riduzione delle tasse per  tenere sotto controllo il crescente debito federale, e, più in generale, sulla legislazione in tema di immigrazione. Se per Obama il primo mandato si è caratterizzato per l’approvazione della riforma sanitaria, in questo second term è arrivato il momento di fare qualcosa di significativo per i “nuovi” americani. Domanda, cosa saremo capaci di fare noi, per i “nuovi” italiani? Ma soprattutto, come ha detto, con asciutta amarezza,   il nostro Presidente Napolitano, che spettacolo daremo al mondo: è raro vedere in Italia un candidato sconfitto – da noi vincono sempre tutti -, come ha fatto Romney, invitare i suoi elettori (li abbiamo visti piangere in tv) e tutto il popolo americano a pregare per Obama, per il bene della nazione. Ci pensino i nostri leaders quando la loro vicenda elettorale sarà conclusa! Ma ci pensino soprattutto prima, durante la ormai imminente campagna elettorale!

 

 

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