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le chitarre sono bellissime

8 Novembre 2011
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Le Chitarre sono belle. Questo è il motivo per cui hanno pieno diritto di trovar posto in questo contenitore. Anzi, alcune di loro sono più che belle: sono addirittura  bellissime; altre ancora sono talmente belle da lasciare affascinati. Un po’ come avviene per gli esseri umani, le Chitarre giovani sono perfette, hanno forme proporzionate, la superficie lucente, la voce brillante. Le Chitarre vissute  hanno invece  la superficie rugosa, screpolata dal tempo, graffiata dal plettro e dalla vita. Ma hanno  il fascino della storia vissuta. La loro bellezza è dentro di loro, la loro voce è profonda e racconta la loro storia. Perché le Chitarre raccontano storie. Le storie delle mani che le hanno toccate e delle dita che le hanno suonate, delle canzoni che hanno accompagnato e delle emozioni che hanno provocato. “Alla fine ogni canzone trova la sua Chitarra” diceva Jackson Browne. E’ bello: non “ogni Chitarra trova la sua canzone”, ma esattamente il contrario. E’ come se le canzoni vagassero nell’aria in cerca della “Chitarra perfetta”, quella dalla quale farsi suonare.  E così le storie di quelle dita e di quelle canzoni  si trasferiscono stabilmente nelle Chitarre, le impregnano e ne influenzano l’esistenza, ne plasmano il timbro e la playability (parola magica che sta ad indicare la facilità con cui la Chitarra si adatta alla mano di chi la suona).

Le Chitarre, col tempo, si portano dentro le storie che hanno narrato attraverso la musica. Le Chitarre che hanno passato la vita a suonare canzoni tristi saranno tristi per sempre e daranno il meglio di sé solo accompagnando altre canzoni tristi. E il contrario avverrà per le Chitarre che sono state di fumati  ragazzotti di Seattle, piuttosto che di rabbiosi punk londinesi. Segnate. Per sempre.

Per chi le ama, le Chitarre sono magicamente belle perché hanno il potere di evocare emozioni attraverso quasi tutti i nostri sensi. Come le sculture incantano la vista per la forma, le venature, gli intagli. Come un capolavoro d’ebanisteria appagano il tatto, con il fascino e il calore del legno di cui son fatte.  Come le nostre case colpiscono il naso, per l’odore che emanano: segatura e vernice da giovani, polvere  e tabacco da vecchie. E ovviamente emozionano l’udito con la particolarità del loro suono, diverso e unico per ognuna.

Tutto viene dall’incontro di legni magici con mani d’uomo capaci di plasmarli. Ancor’oggi maestri liutai vagano per  le segherie nelle foreste dei monti Appalchi come cercassero il Sacro Graal. Invece cercano tronchi d’abete abbattuti da cent’anni il legno dei quali, temprato dal tempo e dalla pioggia, diverrà tavole armoniche e darà alle loro prossima Chitarra quell’ attack (altra parola magica che indica la velocità d’innesco del suono in risposta alla sollecitazione della corda suonata) che farà andare in visibilio qualsiasi fingerpicker.  Fra loro l’Adirondak Spruce poi  – abete migliore fra i migliori – è quello che è nato nel mezzo di una famiglia di abeti più alti di lui e la grandezza e altezza dei quali gli avrà impedito di crescere alto e in fratta. Proprio la lentezza forzata  della sua crescita oppressa avrà fatto il suo legno più denso, la sua grana più stretta, la sua venatura più sottile. E quindi il suo suono più forte e persistente. Il tronco più piccolo diverrà  il più ambito e ricercato; praticamente l’ultimo sarà il primo.

Il Palissandro della schiena delle fasce viene dall’India o dal Madagascar, terre di pirati e incantatori di serpenti. Il suo profumo penetrante  riempie le narici e la polvere del suo taglio infarina le dita per anni. Una volta veniva dall’Amazzonia, poi, quarant’anni fa, ne è stato praticamente vietato l’utilizzo – specie a rischio di estinzione, ohibò – e da allora chi ha la fortuna di averne in casa una con la cassa di mitico Brasilian Rosewood la conserva gelosamente, protetta dalla luce e lontana dalle grinfie dei suoi scriteriati bambini, sperando un giorno di potergliela tramandare – chiassà se loro capiranno? -.

Le Chitarre sono a tal punto una cosa sola con la loro storia che alcune di esse arrivano a identificarsi con un mito a cui sono legate, del quale  hanno fatto parte e che esse stesse hanno contribuito a creare: la violenza della Fender Mustang Azzurra e mancina di Kurt Cobain, la Stratocaster bianca e fallica di Jimi Hendrix, la D18 ruvida e scarna del primo Bob Dylan,  la Gibson GS di Carlos Santana, un rito woodoo fatto chitarra.

E allora, quando saremo nel negozio, sceglieremo “quella lì, proprio quella lì” non solo perché suona bene o perché è preziosamente bella, ma soprattutto perché il ricordo fatto mito  della sua vecchia sorella gemella nelle mani di Neil Young (leggenda narra che la sua Martin D 28 sia appartenuta niente meno che al mitico Hank Williams) ci avrà fatto venire i brividi lungo la schiena.

 

 

 

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