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Le paure di Cesare

7 Gennaio 2014
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Ebbe tutto inizio alla bottiglieria Cerri, in centro a Torino. Cesare Pavese era solito pranzare su quei tavoli di ferro e marmo in stile Asburgico tanto di moda in quel periodo, a cavallo della seconda guerra mondiale. Lui, dipendente della casa editrice Einaudi, riceveva i suoi commensali, di solito giovani scrittori, tra una sosta e l’altra, tra un boccone di formaggio erborinato ed un ampio vassoio di verdura mista. Il tutto innaffiato dal migliore vino piemontese che solo a Torino conosceva l’alta genialità delle cultivar e l’intoccabile purezza della specie.
Pavese trovava il tempo anche di scrivere, tra un tomino e l’altro: tra una chiacchiera più o meno seriosa con uno dei tanti avventori delle sorelle Cerri e gli aspiranti scrittori che gli chiedevano di leggere i propri elaborati e di interessarsi per una loro pubblicazione. Il vino preferito da Pavese era il barbaresco, e veniva offerto anche ai giovani scrittori che spesso condividevano con lo scrittore questi pasti frugali. Il vino, si era sicuri, veniva dalle cantine di Treiso: mandati a Torino dalla famiglia dei Nada, stagionato al punto giusto, in botticelle di rovere, che con il passare del tempo ne ammorbidivano il gusto. Alcune volte il vino veniva spedito in damigiane: era quello di minor pregio, che non necessitava del passaggio in botte. I clienti lo sapevano e chiedevano spesso quello di minor prezzo.
Cesare Pavese era uno di quei clienti che non avrebbero mai smesso di sorseggiare il vino migliore e dopo “un bicerin” ne chiedeva un altro, senza mai ubriacarsi. Il bere era la benzina del suo scrivere; tra i tavoli, gli avventori, i giovani scrittori, le figlie anch’esse giovani del Cerri, le quali necessitavano di un solo cenno per capire cosa volesse lo scrittore. Le più belle pagine dei suoi racconti sono state proprio scritte lì, ad un passo dal Municipio e ad un altro passo dalla piazza più importante di Torino, Piazza Castello. Pavese rimaneva fino a tardi, prima di rientrare alla casa editrice, in via Biancamano, presso cui lavorava. Con gli aromi del vino ancora in bocca, che gli arrotolavano la lingua ed il palato, l’esaltazione dei profumi più intensi nel naso, la scrittura scorreva via liscia d’imperio, e le colline e le vigne divenivano cose vere, paesaggi descritti con tanta poesia e passione, come i falò sulle colline che illuminavano le serate di fine autunno.
Paesaggi e personaggi si mescolano nello scrivere al sentore del vino e all’assaggio dei tomini appena scaldati, a cui facevano da corona come d’incanto le colline di Torino dietro al Po’ e le montagne delle Alpi precocemente innevate, sullo sfondo.
Alcuni tomini vengono ancora oggi chiamati “elettrici” dal fuoco che ti mettono in bocca, profumi così intensi da farti esplodere le narici. Un gioco di spezie tradizionali, mescolate con alcune spezie mediorientali che esaltano anche il sapore del formaggio, mai uguale. Il “bruss di torino” è un insieme di briciole di formaggi diversi. Una cucina raffinata, con i nomi francesi dei mille formaggi, provenienti in genere dalla val d’Aosta, innaffiati con i superiori vini delle Langhe: ecco il fascino tutto piemontese ed il motore dello scrivere che aveva incantato lo scrittore. E’ su quei tavoli di ferro e marmo che Gino Nebbiolo, un giornalista della Stampa, consolidò il suo legame con lo scrittore più controverso e tormentato del nostro Novecento. Si erano conosciuti a Serralunga e a Crea vicino a Moncalvo nelle Langhe, al tempo della guerra di Resistenza. Cesare camminava a testa china, solo, con un libro in mano e non si azzardò nemmeno a chiedere un passaggio; fu Nebbiolo ad interessarsi a lui e a chiedergli una informazione. Gino Nebbiolo viaggiava su di una moto Frera con sidecar, molto in voga a quel tempo, ed era, di tutto punto, vestito da partigiano, con l’elmetto ed un fucile novantuno sotto il sedile; gli chiese di un’osteria dove si poteva bere della buona barbera. Lo scrittore, sentendo questa richiesta, diventò subito molto loquace e si disse disponibile ad accompagnare il motociclista nel locale richiesto. L’amicizia tra i due fu subito immediata, le affinità erano troppo evidenti: Gino già allora era un giornalista professionista alla Stampa, Cesare Pavese lavorava alla casa editrice Einaudi ed ora momentaneamente si guadagnava da vivere, facendo l’insegnante di Inglese nel convento dei padri Somaschi al collegio di Crea. Gino si rese subito conto di trovarsi di fronte ad un intellettuale fuggito dalla guerra e dalla città e rifugiato in un convento di collina.
L’amicizia fu automatica, le gite in moto si moltiplicarono e le mete predilette, erano sempre le osterie di metà collina ed il buon vino. Pavese non chiedeva mai nulla dei partigiani, pareva rifuggire dalla guerra o sfuggire semplicemente da un ostacolo, un tabù verso cui stava combattendo.
Fu invece molto prodigo di domande sulla sua professione, sui consigli da dare nello scrivere e sulle ragioni della sua fuga da Torino. Ma in sostanza la guerra a Pavese non interessava, anzi gli metteva paura. Lo scrittore aveva già conosciuto il carcere per ben due volte: una prima volta alle “Nuove di Torino” ed una seconda volta a Roma a “Regina Cieli”.
Era stato incolpato, dal regime di essere e di frequentare dei comunisti e di aver aderito a dei movimenti antifascisti già molto attivi in tutta Italia.
Le prove compromissorie erano state trovate nel suo appartamento a Torino, lettere di Elio Vittorini scritte ad una sua amante, la quale usava l’indirizzo dello scrittore per poter sfuggire alla censura.
Finì in un brutto pasticcio, che gli costò anni di galera tramutati in appello in tre anni di confino da scontare a Brancaleone Calabro, nel profondo e poverissimo sud del paese. I tre anni diventarono due effettivi, e la noia, la passività di quei luoghi emergeranno nei racconti bellissimi e postumi del “mestiere di vivere”. Il carcere, il processo e gli anni del confino renderanno restio lo scrittore ad ogni impegno politico, almeno fino alla fine della guerra. Emblematico in questo senso è il suo atteggiamento nei confronti di Gino Nebbiolo: fa finta di non accorgersi che lui è vestito e armato da partigiano e nessuna sua domanda fa riferimento alla lotta di resistenza e al gruppo di partigiani che operano sulle montagne di Moncalvo, Crea e Serralunga. Semplicemente fa finta di non accorgersi della realtà che lo circonda. Nebbiolo fa di tutto per rendersi disponibile ed evidenziare la sua lotta di appartenenza, ma lui non recepisce, nascondendosi dietro la goffagine di due spesse lenti da miope che paiono separarlo dalla realtà. Preferisce parlare di Dio, della Fede che vacilla e della letteratura che lo impegna. A Gino preferisce negare anche la propria identità, dice di chiamarsi De Ambrogio, è diffidente su tutto e tutti. Solo quando si parla di letteratura si lascia andare, lui che è un esperto di letteratura americana. Tra una uscita e l’altra, tra un buon bicchiere di barbera ed uno di barbaresco esce piano piano la vera natura dello scrittore, il quale nel 1944 è già famoso per dirigere riviste importanti e collane di libri per la casa editrice Einaudi.
Pavese pare non accorgersi degli altri, tutto preso dalla analisi di se stesso e dalle difficoltà del mestiere di vivere. Pavese pensa già al suicidio, ne parla spesso nei suoi diari, la morte gli è amica, e quella di un suo compagno di studi lo scuote profondamente. In una gita fuori porta, reca con sé una pistola, per farla finita, ma poi soprassiede. Nemmeno le sue avventure amorose lo aiutano.
Dal suo diario del 1 gennaio 1946 scrive come consuntivo dell’anno: «Anche questa è finita. Le colline, Torino, Roma. Bruciato il rapporto con quattro donne, stampato un libro, scritto poesie belle, scoperto una nuova forma di poesia che sintetizza molti filoni (il dialogo di Circe).
Lo scrittore si chiede: «Sei felice? Si, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest’anno. Tutti ti ammirano, si complimentano con te, ti ballano intorno. Ebbene? Non hai mai combattuto ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa per qualcuno? Queste le domande assillanti sulla sua vita.
Ritornato a Torino dopo la liberazione, si mise a lavorare sui temi ultimi delineatesi nella sua mente, durante le passeggiate a Serralunga e quelle riflessioni finiranno nei “Dialoghi con Leucò”. Nell’autunno dello stesso anno inizia a comporre “Il compagno” con il quale vuole testimoniare il suo impegno per una precisa scelta politica, la rivincita nei confronti di se stesso su una delle tante sofferenze psicologiche. Dalla paura nei confronti della guerra, all’impegno politico nel postliberazione: sono temi angoscianti per lui, che vanno rivissuti e metabolizzati con l’animo in pace. Al torpore delle passioni, sostituisce lo sfogo nella politica e nella letteratura, sentiva qualche debito nei confronti del paese che lo stava onorando con i premi letterari, in un primo tempo aborriti e rifiutati e gli pesava la riconoscenza degli amici e della sua casa editrice che gli offriva spazi di opportunità che nemmeno ad un premio Nobel erano riservati.
Con Gino Nebbiolo l’amicizia si consolidò ben oltre la guerra, sempre per una questione di vino e spesso alla bottiglieria Cerri, tra una sosta lavorativa e l’altra, tra avventori disinteressati e aspiranti scrittori, in mezzo a fogli che scivolavano da un tavolino ad un altro. Pavese come sempre scriveva su quei tavoli in ferro con la superficie di marmo che erano facili da ripulire dalle briciole del “bruss”, lui assorto com’era nel suo lavoro, estraniato dal contesto, con il suo consueto mezzo litro davanti, il solito barbaresco. Fu quasi sul punto di rompere definitivamente con Ginia e Amelia le figlie del Cerri, quando un giorno si accorse di aver perso i fogli di un suo romanzo: “La bella estate”. Ritornò precipitosamente alla bottiglieria, ma dei fogli non fu trovato nulla. Lo scrittore era disperato, sapeva che non gli sarebbe riuscito di tornarli a scrivere. Smise di frequentare la bottiglieria. Quando circa un mese dopo gli vennero recapitati all’Einaudi, i fogli del manoscritto senza alcun commento rivelatore, riprese a frequentare la vineria, ma sul banco degli imputati finirono a questo punto, le due sorelle Cerri.
Amelia e Ginia diventeranno le protagoniste del suo romanzo più premiato: “La bella estate”.
Questo libro gli valse nella primavera del 1950 il premio ”Strega”. Peccato che lo scrittore non abbia potuto godere fino in fondo la fama e l’onore che lo Strega garantisce ai propri vincitori.
La sua paura di vivere traspare in più scritti, con quella sagacia nel raccontare, nel chiedersi continuamente, nel travalicare spesso verso l’impossibile. “Il mestiere di vivere” raccontato in tante testimonianze, come anche una storia personale e amorosa che l’angosciava e che l’aveva portato piùvolte sull’orlo del suicidio. Al rifiuto, mai pronunciato di entrare nella lotta di Liberazione, preferiva porsi altre domande. E dopo la guerra, la subitanea e precipitosa iscrizione al partito comunista, vissuta, forse, come l’espiazione di una colpa. Come a dire, io non c’ero. Il rimorso vissuto come una vergogna, di fronte al sacrificio di tanti compagni, giovani come lui, che avevano immolato la loro vita per la libertà dell’Italia. Poi le ultime scelte, anch’esse drammatiche, in quella Torino che l’aveva cresciuto e cullato nei suoi primi impegni letterari, la voglia di ritornare indietro, sulle colline, dove il disincanto della natura ti prendeva con i suoi rumori e i suoi colori abbacinanti “Prima che il gallo canti”.
La richiesta di una camera singola all’hotel Roma, in centro a Torino, che non sia troppo esposta sulla piazza, chiese una dietro più riservata, che da su un vicolo ceco, ma prima la visita al più importante giornale della città, “La Stampa”, nell’agosto 1950, dopo la consegna avvenuta tre mesi prima del premio: “Strega”. Gino Nebbiolo lo incontra di nuovo, nel corridoio del giornale e lo saluta scherzosamente chiamandolo “Stregone”. Gino notò dalla posizione delle lenti dei suoi occhiali da miope, le difficoltà psicologiche dello scrittore, che pareva in trance, ma mai avrebbe pensato ad un suo gesto così estremo, quella domenica d’agosto, in una città addormentata dalla calura e dalla festa. Sul comodino della sua camera d’albergo vi era un unico libro: “I dialoghi con Leucò” e dentro a questo libro, in prima pagina, stava scritto:«Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». E su di un foglio messo casualmente all’interno del libro, ancora alcune riflessioni autobiografiche: «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti e poi ancora in un altro foglio:«Ho cercato me stesso».

Tratto dal libro di prossima pubblicazione “Verso la liberazione” di G. Spadoni

 

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