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LOTTA ALLA POVERTÀ. UNA SFIDA PER LE FONDAZIONI BANCARIE

3 Febbraio 2017
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La lotta alla povertà sta entrando con fatica nell’agenda politica. Ma fa ancora troppo affidamento sull’aiuto economico, certo utile nell’emergenza, ma non risolutivo. Ad esempio, può essere una sfida per le fondazioni bancarie, per misurare la loro capacità di innovazione sociale per realizzare programmi efficaci perché pensati con i beneficiari. È chiaro che chi opera in quelle istituzioni, che non sono una categoria economica da accontentare, deve uscire da logiche di tipo puramente manageriale e da imprenditoria privata, ma assumere una visione di socialità vera, non pasticciata. Perché abbiano detto con fatica? Perché alcuni dubbi nascono dalle troppe misure settoriali utilizzate per dare aiuti economici, utili nell’emergenza, ma non per uscire dalla povertà, come fatto strutturale. È stato un po’ il senso della politica del governo Renzi, che per avere il voto nel referendum cerca di accontentare, senza una visione d’insieme, le povertà “settoriali” (gli 80 euro, i 500). L’elenco delle sigle comprende ad esempio: Rmi (reddito minimo di inserimento), Rui (reddito di ultima istanza), Sc (Social card), Sia (sostegno per l’inclusione attiva). Le verifiche istituzionali realizzate negli anni si sono limitate a considerare i processi erogativi (ad esempio il numero di quelle effettuate rispetto a quelle previste) senza valutarne gli esiti. Cosicché le contraddizioni sono emerse soprattutto quando la stampa ha evidenziato i grandi ritardi delle erogazioni, per l’eccessiva burocratizzazione e l’insufficienza delle risorse professionali. Oggi possiamo sperare che in futuro non sarà così. Ma di “attivazione” degli aiutati si parla dal 1998, quando è stato introdotto il reddito minimo di inserimento e fin da allora è stata sottovalutata la necessità di una robusta infrastruttura professionale nei territori, che permetta di passare “dal dire al fare”, cioè di accompagnare realmente i percettori di sussidi verso l’uscita dalla povertà. L’ elemosina non crea giustizia sociale!
Chi è in condizioni di grave sofferenza sociale non può essere “assistito e lasciato solo”. Servono nuovi modi per lottare contro la povertà, ben oltre gli aiuti assistenziali, “con le persone”, in un’ottica di cittadinanza generativa. Sorprese positive potrebbero venire dal piano di lotta alla povertà educativa, se sarà pensato come azione strategica e non settoriale. La qualifica “educativa” non è infatti soltanto un aggettivo, ma un modo per qualificare un grande problema e poterlo affrontare nelle sue diverse dimensioni e condizioni esistenziali. E le dimensioni sono sconcertanti, perché i bambini e ragazzi in povertà assoluta sono più di 1 milione, il 10 per cento di quelli residenti in Italia, con un’incidenza di povertà assoluta superiore a quella della popolazione nel suo complesso (6,8 per cento). I valori sono quasi doppi rispetto al 2011 (quando erano 523 mila) e tripli rispetto al 2008 (375 mila). La quasi totalità dei minori in povertà assoluta ha genitori con istruzione non elevata (97 per cento dei casi con diploma di scuola media superiore) e un solo genitore occupato (il 60 per cento) con un basso profilo professionale (dati Istat). Nell’arco evolutivo dagli zero ai 18 anni si concentrano cioè tanti problemi per figli e genitori, che insieme vivono in condizioni di miseria, deprivazione, esclusione, mancanza del necessario per vivere. Tuttavia, non si può affrontare questa sfida con mezzi convenzionali, di tipo amministrativo o assistenziale. Negli ultimi decenni abbiamo visto trasportare “dalle istituzioni agli assistiti” grandi quantità di risorse economiche, che si sono rivelate del tutto inadeguate perché prive di una “logistica professionale delle capacità”. Le capacità sono infatti il bene primario per lottare contro la povertà “con i poveri”. Il “concorso al risultato” è infatti la condizione strategica per chi accetta un’evidenza elementare: “non posso aiutarti senza di te”: è – o meglio, dovrebbe essere – il mantra di ogni operatore, amministratore, istituzione, formatore, volontario o ricercatore. Non si può pensare di contrastare la povertà educativa, ad esempio, senza valorizzare le capacità e le potenzialità di ogni bambino (e genitore). Bisogna anzitutto dire dei “no” e dei “sì”. Dire “no” significa “non affidarsi” a chi in questi anni ha gestito grandi quantità di risorse senza risultati. Dire “sì” significa chiedere a quanti offrono risorse per lottare contro la povertà educativa di “esserci”, di mettere a disposizione la proprie capacità, di gestirle in concorso al risultato con i destinatari: bambini e genitori.
È quindi necessario superare le “gestioni a costo” della solidarietà fiscale per trasformarle in “gestioni a investimento”, misurando i risultati, gli esiti, il costo/efficacia, quindi passare dalla logica di “costo” a quello di “investimento” sociale. A questo scopo servono nuove “responsabilità sociali in concorso”, per ridare speranza a chi si affaccia alla vita con mezzi insufficienti e ingiusti. Dove altri non sono riusciti, speriamo che possano farcela le fondazioni di origine bancaria, per quelle che in questi anni si sono misurate con l’innovazione, mettendo in relazione gli investimenti con i risultati, impegnandosi a valutare gli esiti e l’impatto sociale. la Costituzione all’articolo 118, quarto comma chiede a tutti di contribuire al bene comune, con pratiche sussidiarie e generative, per affrontare solidalmente i bisogni umani.

 

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