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Meglio con che senza (l’Assessore alla Cultura)

17 Giugno 2014
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Alcuni amici di 8×8 hanno lanciato, alcune settimane fa, una “provocazione” al futuro nuovo Sindaco affinché non s’attardi a nominare un Assessore alla Cultura: meglio sarebbe abolire quel ruolo, così rendendo “un servizio alla vita civile, economica e culturale della nostra città”, che sarebbe vivificata, oltre che dall’attività delle istituzioni pubbliche (la cui apertura e funzionamento debbono essere garantiti dal Comune), dall’apporto di “idee, pubblico ma anche denaro, attraverso la raccolta fondi per quanto possibile fiscalmente deducibili, da parte degli attori della sfera economica”. La provocazione, al di là di alcune analisi del tutto condivisibili, non mi convinceva e non mi convince perché, partendo forse da un’idea piuttosto elitaria (“la cultura intesa come pensiero e azione di ciò che attiene alla sfera dello Spirito”), pareva non essere del tutto consapevole delle difficoltà di coinvolgimento della società civile: occorre seminare, prima di raccogliere, ed è questo uno dei compiti che dovrebbero vedere impegnata la figura di un Assessore alla Cultura, anche con una funzione di stimolo, di coagulo e di iniziativa, proprio per coinvolgere e attivare forze e intelligenze che pure ci sono. Dunque, l’approdo perentorio cui perveniva quella “modesta proposta”, la cancellazione della delega di Assessore alla Cultura, non poteva avere la mia adesione.

Sono infatti convinto è che ci sia più che mai bisogno di un Assessore alla Cultura, forte e autorevole, che operi con assiduità e continuità di presenza, e non nei ritagli di tempo lasciatigli liberi dalla propria attività: gli ultimi venticinque anni non sono stati certo caratterizzati da un’azione incisiva e continuativa sui vari, complessi temi della cultura. Le istituzioni culturali hanno portato avanti, più o meno brillantemente, la loro mission, c’è stata qualche iniziativa che ha lasciato il segno, come Fotografia Europea, che pure ha limiti intrinseci nel modo in cui è stata concepita e gestita negli anni e che andrebbe profondamente rivisitata se si vuole fare di Reggio una capitale europea della fotografia, non a chiacchiere ma a fatti concreti e a capacità di attrazione verificata sul campo. Non è tuttavia emerso con la necessaria nettezza un progetto continuativo per dare a Reggio una dimensione e un ruolo, nel campo della cultura, che la faccia diventare punto di riferimento, sia nazionale sia internazionale (questa è la sua vocazione per tante ragioni che molti agevolmente possono intendere se pensano alla nostra realtà, soprattutto economica e, ad esempio, ad alcune esperienze che qui si sono radicate), facendo leva sia su innovazioni sia sulla valorizzazione delle eccellenze e dei talenti che ci sono. Occorre dunque, ribaltare la prassi, tante volte seguita nel passato, di un Assessore alla Cultura scelto e identificato al termine della ripartizione e dell’assegnazione delle deleghe, magari per riequilibrare rapporti tra le forze della coalizione o le correnti interne al partito di maggioranza – così come occorre, nelle scelte di tutte le deleghe, non farsi sedurre dalla malattia infantile del renzismo, che pure ha alcuni indubbi pregi: penso, a livello nazionale, all’idea di sostituire persone e politiche, in verità criticabili, non attraverso una battaglia a viso aperto sugli errori nella gestione e nella conduzione politica, ma facendo leva sull’età anagrafica, quando la saggezza, la visione e la determinazione a cambiare le cose non albergano solo in chi stia al di sotto di una certa soglia di età. Infine, se si crede davvero che il ruolo dell’Assessore alla Cultura sia prioritario occorre che sia una delle prime tre o quattro deleghe assegnate.

Non è più tempo, alla vigilia delle elezioni, di rivolgere generici appelli a un ignoto futuro Sindaco. Credo che lo stesso Luca Vecchi, che spero governerà la città nei prossimi anni, avrebbe potuto e dovuto scendere in campo con maggiore determinazione e chiarezza di intenti sulla questione della cultura, che non è di dettaglio: avrebbe dovuto farne uno dei punti prioritari del proprio programma, e non uno dei vari temi affrontati. M’aspettavo cioè che su alcuni temi – la cultura in primis – emergessero, durante la campagna elettorale, progetti e indicazioni concrete, e non pure dichiarazioni di intenti. Così come mi sarei aspettato che chi aspira a essere Sindaco presentasse alcuni dei punti di forza della propria squadra, Assessori e persone che in un qualche modo lo affiancheranno e lo consiglieranno nella conduzione del governo della città e nell’attuazione del programma – quando, assieme ad altri amici, presentammo la lista di “Città e democrazia” nel 1995 non casualmente indicammo programmi e persone che sarebbero state chiamate a incarnarli. Lasciare tutto così indeterminato, fare correre voci, più o meno stravaganti, di candidati, e di richieste di questo o quell’altro Assessore che dovrebbero essere attribuiti a chi, all’interno del Pd, e attraverso le liste apparentate, appoggia la candidatura di Vecchi, non è affatto un segnale di innovazione.

Se Vecchi governerà Reggio nei prossimi anni, deve alzare ben saldo e alto il vessillo della cultura, con una vera e propria volontà di voltare pagina rispetto alla pura gestione dell’esistente: la questione della cultura è il centro e il perno di tutto, in particolare della stessa economia, dei valori e del senso comune di una comunità, dello stesso rapporto, da modificare profondamente, tra centro storico e quartieri della città. Se si crede in questo, si deve essere conseguenti, credibili e radicali nelle indicazioni: l’atmosfera di delirio e di squallore mediatico in cui si svolge questa campagna elettorale per le elezioni europee ci dice che l’abisso è vicino e che lo si può evitare anche attraverso scelte, apparentemente modeste e marginali, ma capaci di cambiare nel profondo le cose.

Reggio Emilia, 20 maggio 2014

 

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