*/?>
ruMORE

Rimettiamoci a pensare a “mondi nuovi”

23 Novembre 2011
Print Friendly, PDF & Email

Intervista a Maurizio Ferrari, nuovo direttore dell’Istituto Superiore di Studi musicali “Achille Peri di Reggio Emilia”
Forse non tutti i reggiani sanno che l’Istituto Superiore di Studi Musicali Achille Peri di Reggio Emilia accompagna gli studenti dagli studi propedeutici che si cominciano a otto anni fino alla laurea. Si tratta cioè di una realtà di fondamentale importanza nella vita culturale e civile del nostro territorio ove, grazie alla pratica musicale, si sviluppano aspetti della formazione dei nostri giovani che vanno dalla pedagogia infantile fino agli studi universitari.
Maurizio Ferrari, compositore e docente di Composizione, è il nuovo direttore del Peri, in carica da novembre. Lo abbiamo incontrato.

Maestro Ferrari, la sua nomina la mette al vertice di una struttura complessa e di grande importanza, di recente anche ampliatasi per la fusione avvenuta con l’Istituto musicale “Merulo” di Castelnovo ne’ Monti (per un totale di più di 700 allievi lo scorso anno 2009/10). Quale genere di relazioni tra Peri e territorio ritiene debbano svilupparsi negli scenari di forte evoluzione che stiamo vivendo?

Il Peri ha alcuni referenti naturali. Prima di tutto, essendo una scuola che rilascia titoli accademici e forma professionisti, le istituzioni come I Teatri, la Fondazione della Danza e quelle realtà produttive che sono alla base dell’attività musicale e artistica della città. Ma essendo prima di tutto un luogo di formazione, in quest’ottica deve agire, per offrire un servizio di qualità ai bisogni della città. Ciò, facendosi interprete di quelle nuove istanze che stanno nascendo in una società che muta e nella quale però, in campo musicale, spesso sussiste ancora il prevalere di prassi e concezioni di stampo arcaico.

Gli eventi finali di questo o quel percorso non dovranno essere una semplice vetrina del lavoro didattico svolto, ma, portando a sintesi il livello educativo con quello produttivo, diventare occasioni in cui si presentano alla città cose nuove, oserei dire in un una chiave di dialettica e fin di scontro culturale propositivo. Insomma il Peri come luogo di ricerca.

 

Questo sarà possibile anche in momenti di forti difficoltà nel reperimento di risorse?

Le crisi economiche non sono solo crisi di disponibilità di ricchezza; nel momento in cui evolvono, determinano anche trasformazioni socio-culturali e dei bisogni.

Nei momenti di crisi le istituzioni formative e culturali devono quindi saper dare le risposte necessarie perché le società non cerchino di superarli tornando agli scenari precedenti; le crisi determinano sempre “nuovi mondi”, noi dobbiamo saper leggere queste situazioni e determinarle, essendo gramscianamente “egemoni”. Nello specifico del mondo musicale, ben poco sarà più com’era trent’anni fa, le prassi mutano.  Da questa situazione potremo allora uscire se sapremo inventare nuove prassi, non solo didattiche, ma anche di consumo della musica.

Mi risulta che in greco Krisis abbia proprio il significato di distinzione, giudizio, mutamento…

 

Il Peri ha nel suo dna la vocazione di laboratorio ove sono state concepite anche in passato esperienze innovative di rilievo culturale nazionale e internazionale. Questa struttura può ancora mettere in campo un’autorevolezza per farsi soggetto attivo e propositivo, elaborando nuove ipotesi per la riforma della formazione musicale, che appare ancora un terreno estremamente in evoluzione e afflitto da mille ambiguità e contraddizioni?

Fin dagli anni Settanta, anche grazie alla volontà dell’Amministrazione locale, siamo stati capaci di essere propositivi e all’avanguardia. Oltre al ring istituzionale, c’è anche quello della ricerca culturale e anche in esso il Peri è stata una delle istituzioni più importanti a livello nazionale. Per quanto riguarda gli aspetti legislativi, la nostra scuola ha sempre svolto un suo ruolo fra gli istituti pareggiati e nel cercare di emendare una riforma che prima o poi così com’è imploderà, essendo ancora ingestibile.

 

L’attuale assetto della struttura, rispetto alle attuali norme, è adeguato o saranno necessari cambiamenti?

È difficile rispondere anche rispetto al futuro prossimo, perché al momento non si capisce quale evoluzione avrà la riforma. Certo noi siamo perfettamente adeguati alle attuali condizioni, più adeguati di molti altri conservatori italiani, anche nella gestione delle risorse e nel rapporto fra costi e servizi che offriamo. Anche il Ministero riconosce che siamo una delle scuole che hanno razionalizzato maggiormente la propria attività.

 

La fusione con il Merulo è andata in questa direzione?

Sì, ma già da prima avevamo applicato criteri che ci permettono di avere costi più bassi degli altri, dando più servizi.

 

Anche pensando alle recenti polemiche nate a Reggio sulla gestione delle risorse per l’arte e la cultura, all’interno di una visione organica del welfare, quali rapporti ci sono ora tra il Peri e il Governo locale?

In questa fase sono piuttosto buoni, nessuno mette in dubbio le difficoltà degli Enti locali e certi cambiamenti diventano inevitabili, ma nonostante questo vedo la volontà di difendere questa istituzione sostenendola.

 

Anche nella sua parte di istruzione accademica?

Sì. Ovvio che su questo è stato aperto un confronto con il Ministero per dei contributi statali che un tempo c’erano poi sono stati tolti. Dobbiamo poi aprirne uno a livello regionale su come strutturare l’istruzione musicale in una regione che è molto ricca di frequentanti. Riconosco altresì che la Provincia ha dimostrato una certa attenzione al Peri e questo mi fa essere fiducioso sull’evoluzione di un più stretto e organico rapporto; del resto la nostra è una scuola di fortissimo rilievo provinciale.

 

Torniamo alla ricerca artistica e culturale. A Reggio abbiamo recitato un ruolo protagonista…

Si cita sempre la musica contemporanea, Musica Realtà, la vocazione al moderno… oggi io vorrei che la vocazione al moderno rimanesse purché non si continui a ghettizzarlo all’interno di una concezione di pratica musicale vecchia e ormai sempre più asfittica. Così come non dobbiamo diventare neanche il luogo ove si fa tabula rasa del passato banalizzando i modi per andare oltre un mondo sostanzialmente in declino. Non perseguo insomma né il ghetto del concertino di musica contemporanea, ma neanche accetto pratiche musicali che in nome della reazione alla crisi delle Avanguardie risultano obsolete e spesso banali. Dobbiamo concepire nuovi mondi, produrre musica del nostro tempo che si coniughi con i bisogni che – cito ancora Gramsci – egli definiva “degli uomini viventi”. La riflessione sulla pratica dello scrivere, fare, insegnare musica non può quindi prescindere dalla consapevolezza politico-sociale del nostro mondo, dello stato delle cose, di una realtà data e dei processi di trasformazione che questa crisi può immettere, così da poter agire in modo non  astratto.

 

In questo senso il dialogo con il territorio in senso ampio è buono?

Collaboriamo e interagiamo con molte realtà, ma non è ancora sufficiente. Nel rapporto con i Comuni della provincia possiamo raggiungere livelli di sperimentazione importanti, come ad esempio avviene in modo straordinario con Cavriago. La speranza è che esperienze come Cavriago si possano avviare anche altrove. Proprio in questa logica le attività del Peri dovranno essere sempre più l’espressione di un piano di progettazione culturale sul territorio.

 

Lei sottolinea sempre l’importanza del sostegno pubblico ai servizi per la formazione, ma in contrappunto con questo è pensabile attingere a risorse che vengano dal privato, dalla vitalità del nostro tessuto economico?

Sarebbe fondamentale; c’è bisogno di progetti specifici nei quali la partecipazione del mondo privato sarebbe importantissima. Dalla Summer School al progetto sul quartetto, alle nuove tecnologie, alle nuove figure professionali in campo musicale. Sono temi che possono offrire possibilità di sperimentazioni anche uniche in Italia, qualificando Reggio Emilia e anche il suo mondo imprenditoriale.

 

Ma la realtà attuale permetterà di perseguire questo cambiamento?

Come in tutte le crisi, il vecchio e il nuovo convivono. Oggi abbiamo strutture ancora organizzate sulle figure professionali del passato, cattedre di musica elettronica pensate con criteri di cinquant’anni fa, ma nello stesso tempo non hai divieti o difficoltà a ideare cose diverse. Come del resto si seppe fare negli anni Settanta, quando si crearono esperienze inizialmente al di fuori dei percorsi ortodossi poi assorbite nelle loro logiche innovative. Per esempio, c’è una totale assenza di attenzione al fatto che lo sviluppo delle tecnologie porta nuove professioni, offre spazi di ricerca sui nuovi software. La categoria del “nuovo” è fondamentale in questi scenari dell’oggi nei quali dobbiamo avere il coraggio di pensare diverse collocazioni e prassi della fruizione musicale, preservando per gli spazi tradizionali l’importantissimo ruolo e il compito di valorizzare i grandi patrimoni dei repertori dei secoli passati, che per essi sono stati concepiti.

 

Dovremo saper guardare alla tecnologia non nelle sue potenzialità di surrogato plastificante dell’esperienza musicale, ma come leva per il recupero di altro?

Non è detto che in futuro ci sarà tutta questa forte esigenza di “spettacolo” cui siamo forse un po’ troppo inerzialmente abituati oggi come oggi. Si pensi all’impatto sociale che nella formazione sta cominciando ad avere l’attività pedagogica delle orchestre giovanili, settore dove al Peri siamo all’avanguardia, innovativi e possiamo insegnare, pur nelle difficoltà date dal permanere di un certo “cancro idealista” che parte dall’idea che la musica assuma dignità solo quando si esprime nel fenomeno, nel sublime e mai sulla vita quotidiana degli uomini.

 

La spettacolarizzazione che il mezzo televisivo fa dei bambini prodigio, che diventano carne da macello di un meccanismo mediatico perverso e strumentale, è un esempio di tali derive?

Questa cosa è distruttiva, perché produce delle caricature. La strada da battere è un’altra e noi, a Reggio Emilia, siamo l’unica scuola di musica in Italia ad avere già tre orchestre giovanili. Abbiamo strumentisti che hanno iniziato a suonare in orchestra a 8-9 anni, ragazzi che cominciano a entrare ai corsi superiori avendo già fatto 10 anni di pratica orchestrale. Questo è straordinario e dovrebbe diventare un modo paradigmatico su cui impostare la formazione musicale, che diventa profondamente educativa, dando la possibilità di stare in orchestra, con gli altri, rispettando regole ed esprimendosi in modo creativo all’interno di esse.

 

E i famigerati costi della cultura che qualcuno vorrebbe conflittuali con il welfare?

Dobbiamo essere consapevoli che formare è costoso e la formazione musicale non fa eccezione. Ma mantenere o no questa direzione significa fare una scelta politica nel senso nobile del termine e di sviluppo civile di una comunità. Dobbiamo rimettere al centro dello sviluppo della società moderna l’istruzione. Uno studio della Bce rileva che le città europee che investono in una forte attività culturale, teatri, conservatori, biblioteche, hanno mediamente un Pil superiore del 2% rispetto alle altre. La cultura è anche un volano economico, se si ha la capacità di stare non solo sui numeri, ma sui progetti, sugli obiettivi. La formazione è il grande investimento che una società può fare, altrimenti se ci limitiamo ai conteggi ragionieristici, siamo destinati al declino.

Share

Commenti chiusi.