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sotto il balcone di giulietta

9 Gennaio 2012
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All’Asioli di Correggio in scena la prima di “…di tanti Romei, di tante Giuliette

 

Quando si affronta uno dei luoghi più praticati della danza come il dramma shakespeariano di Romeo e Giulietta, visitato in innumerevoli versioni, da Pròcofiev a West side story e, non ultima, da Aterballetto, esiste il rischio concreto del déjà avu, della contaminazione anche involontaria che ci riporta alla familiarità di un testo o, nella danza, di un gesto. Non così nell’ultima fatica di Michele Merola “…di tanti Romei, di tante Giuliette”, la cui prima è andata in scena il 21 dicembre scorso al Teatro Asioli di Correggio. Il giovane ed affermato coreografo reggiano stavolta sembra aver scommesso sul rapporto empatico con lo spettatore, con un esito tutt’altro che scontato e in grado di travalicare la vicenda shakespeariana e la stessa tradizione coreutica che l’ha accompagnata. Il porto sicuro di  approdo, proprio di ogni coreografia a tema, qui rimane volontariamente inevaso, preferendo, invece, il mare aperto di un intenzionale, quanto virtuosa, parossistica moltiplicazione della trama, che scioglie la propria intenzionalità in un generoso spettro interpretativo. Così l’assolutezza dell’amore stempera il suo assunto nell’inevitabilità dello slancio giovanile, complice l’età (dai 18 ai 24 anni) dei danzatori di Agora Coaching Project, il singolare laboratorio-scuola-compagnia nel quale lo stesso Merola, assieme a Enrico Morelli, ha selezionato diciassette giovani promesse della danza provenienti da tutt’Italia. L’amore giovanile qui celebrato è coreograficamente giocato tra ritmo ed intensità, tra accenti musicali inevasi e repentine riprese, così come nella post-adolescenza convivono aspirazioni eterne e tuttavia di breve durata, alimentate a loro volta da sogni potenti e subitanei risvegli. Per questo per certi versi il lavoro di Merola appare quasi come una metafora della danza stessa, dove ogni gesto, vestito di assoluto, termina il suo breve percorso nell’immaginario dello spettatore. C’è di più. Una scenografia essenziale e lo sguardo vergine con cui approccia la vicenda hanno permesso al coreografo di evitare un facile romanticismo d’accatto, per lavorare sulla ricomposizione dello strappo interiore, vero protagonista occulto della vicenda, attraverso l’enunciazione delle forme d’amore: la passione guerriera di Montecchi e Capuleti,  l’amor maschio e amico del pianto di  Romeo per  Mercuzio (struggente e virile al limite dell’acrobatico il loro passo a due), le fasi dell’amore con l’innamoramento, la passione amorosa (si possono contare sedici prese in meno di tre minuti…) e amore-morte, momenti dell’amore questi raccolti, come in un compendio, nell’uno e trino  passo a due finale. Da questo studio, o meglio da questa osservazione di sentimenti che si  legano, si sciolgono e si sviluppano attraverso il personalissimo ed evocativo movimento di Merola, ognuno può ricavare un brandello di storia, sottratta al dramma, ed il paradigma di un proprio vissuto. Spesso nel mondo della danza contemporanea si possono vedere galli che si attribuiscono il merito dell’alba. Ci piace segnalare in questa occasione  di aver visto, invece, spettatori con gli occhi lucidi, quasi che la potenza evocativa del lavoro di Michele Merola avesse la capacità di regalare al palco dell’Asioli le sembianze del balcone di un’eterna Giulietta.

 

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