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Sparkle & Glitter. Chitarre e ideale di bellezza.

9 Dicembre 2011
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L’ideale di “bellezza” applicato alle Chitarre, in verità, è mutato e muta nel tempo, come del resto è avvenuto e avviene per ogni altra espressione dell’umano ingegno. Tutti noi affetti da quella particolare malattia incurabile, universalmente nota come Guitar Aquisition Sindrome, quando diciamo “Chitarra” (cioè praticamente in ogni momento della nostra terrena esistenza)  pensiamo istintivamente alle Chitarre americane: là è il Paradiso, là è la Fonte della Vita. Però qualcuno di noi, ogni tanto, ha uno sorta di sbandamento. E così volge lo sguardo altrove. Ad esempio è vero che pure in Italia esiste una tradizione di liuteria che, fin dal decimo secolo, ha avuto anche i suoi momenti di splendore e che, da allora, mantiene un suo fascino particolare, dal quale qualcuno può essere attratto.

Inizialmente importata dai Saraceni con la produzione di liuti, hud e altri strumenti simili, la liuteria si sviluppò in Italia con la fabbricazione di quegli strumenti “nobili”, come violini, viole e violoncelli, che l’hanno poi resa famosa nel mondo, a partire dal settecento.

Più tardi, fra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, cominciò a svilupparsi anche una discreta produzione di Chitarre (ovviamente acustiche) che, partendo dalle regioni meridionali, si estese a poco a poco in tutto il Paese, con alcuni produttori importanti anche nella pianura padana e giù lungo la costa adriatica. In quello stesso periodo prese piede, specie nella zona attorno a Castelfidardo, la produzione di fisarmoniche. La prima fisarmonica a tastiera (l’accordion) risulta prodotta a Vienna nel 1863 e la tradizione racconta che lo strumento giunse a Castelfidardo, nelle mani di un certo Paolo Soprani, attraverso i pellegrini diretti a Roma. Antonio Soprani, figlio di Paolo, letteralmente  fece a pezzi il primo esemplare di cui venne in possesso per carpirne i segreti e da lì inizio una propria produzione di fisarmoniche. Seguendo il processo di crescita per “gemmazione”, tipico di quelli che sarebbero poi divenuti i “distretti industriali” che hanno fatto grande e unica l’economia italiana, sorsero in tutte le Marche numerosi altri piccoli laboratori per la produzione di fisarmoniche. La diffusione di questo strumento nel resto del mondo, e soprattutto nelle Americhe, al seguito dei nostri emigranti, contribuì a rendere famosi, e a far crescere rapidamente, quei piccoli produttori specializzati. Inizialmente fabbricate interamente in legno e decorate con materiali preziosi come avorio e madreperla, le fisarmoniche italiane, all’inizio del novecento videro una straordinaria evoluzione estetica mediante il massiccio (e fin ridondante, ma certo più economico) inserimento di parti decorative in celluloide. L’utilizzo della celluloide, e successivamente di materiali plastici, metallici e cromati sempre più brillanti e luccicanti, amplificò ulteriormente le diffusione nel mondo degli strumenti italiani. E cosa c’entrano e fisarmoniche con le Chitarre? C’entrano perché nella seconda metà degli anni cinquanta, con la nascita del Rock’n’Roll e la sua rapidissima diffusione, il mercato delle fisarmoniche, ovviamente rappresentato dai musicisti dediti alla musica popolare  e tradizionale, crollò rapidamente. Ma i produttori marchigiani non si persero d’animo e, attenti come segugi all’evoluzione del mercato, progressivamente convertirono le loro produzioni di strumenti a tastiera in produzione di Chitarre: Chitarre elettriche per l’esattezza, gli strumenti simbolo della nuova moda musicale. Quella intuitiva e repentina conversione fece sì che gli elementi decorativi resi così caratteristici dalle vecchie fisarmoniche venissero trasferiti nei nuovi strumenti. E in un periodo in cui la musica rock era ancora solo Rock’n’Roll e Rockabilly e in cui la brillantina la faceva da padrone, il look colorato, cromato, luccicante ed eccessivo di quelle Chitarre elettriche italiane risultò subito vincente. Nacquero così, tutti attorno alla patria d’origine di Castelfidardo, i più importanti produttori italiani di chitarre degli anni sessanta: EKO, Davoli, Cruccianelli, Welson. I gruppi beat nostrani e lo spirito di emulazione dei ragazzini di allora fecero il resto.

L’estetica chitarristica da Doctor Spock nata inizialmente nelle terre marchigiane trovò presto terreno fertile anche altrove, e fra il 1956 e il 1957 il contagio elettro-luccicante arrivò Cavriago; e anzi vi raggiunse le sue vette più alte ed esasperate. Qui l’artigiano-artista Antonio Pioli, detto Wandrè, decise di indirizzare la sua vena creativa alla produzione di Chitarre elettriche. Antonio nasce a Cavriago il 6 giugno del 1926. La leggenda metropolitana vuole che Antonio abbia cominciato a lavorare fin da piccolo nel laboratorio artigianale del padre Roberto, standogli sempre in mezzo ai piedi, e che questo che lo invitasse spesso a scansarsi e a non intralciare il lavoro apostrofandolo in dialetto con un secco “va’ndré !!” Dal che il nome d’arte del mitico Pioli, per il quale le Chitarre elettriche furono in realtà solo una parentesi in un’esistenza tutta consacrata all’arte e alla moda. In Wandrè le caratteristiche estetiche che i liutai marchigiani avevano traslato dalle fisarmoniche alle Chitarre raggiunsero l’apoteosi: forme fantastiche e fantascientifiche, forme di missili e di aeroplani, forme scomposte di dischi volanti. Spigoli vivi anziché morbide curve, angoli taglienti al posto di tranquillizzanti modanature. Chitarre dalla plasticità sgangherata, Chitarre neo-cubiste forse rubate a Braque o a Leger.

Invero l’originalità e l’innovazione di Wandrè non fu solo nelle forme estetiche. Richiami elettrici da luna park, bottoni luminoscenti e finiture cromate,  colori sgargianti e metallizzati. E soprattutto bachelite, linoleum e lustrini. La novità più eclatante fu sicuramente l’introduzione dell’uso dell’alluminio per il manico e la paletta, da lui ricavati in un unico blocco di metallo. La sua scelta probabilmente fu dettata dalla ricerca di un manico che restasse perfettamente dritto e in linea anche dopo anni. Poi provò ad agganciare il manico al corpo con un fulcro basculante fatto di due bulloni e a  bilanciare la trazione delle corde con un tirante filettato. Chiamò quel sistema alu-tri-set-neck-body. Fantastico! Plastica e metallo, leve e bulloni: una Chitarra tardo-futurista. Ti aspetti un suono marinettiano. O forse (siam pur sempre a Cavriago, perdio!) uno strumento uscito da un’opera di Aleksandr Deineka: macchine roboanti e locomotive ruggenti negli anni d’oro del miglior realismo socialista. Che se l’attacchi all’amplificatore non esce un suono, ma un rombo, un urlo, un boato. Ti aspetti dei wrang e dei bleng. Strumenti da Gotham City. Chissà, forse emettevano vampe e  fiammate.

Le bat-chitarre di Wandrè ebbero anche un buon successo commerciale.  Produttori e distributori italiani importanti collaborarono in quegli anni con il genio di Cavriago: Meazzi dal ‘57 al ’61 col marchio Framez, poi Athos Davoli fino alla fine degli anni ‘60. Quegli strumenti vennero così esportati in tutta Europa e a anche nelle Americhe. Concentrazioni di esemplari si ritrovano oggi nei Paesi Bassi e Argentina, laddove evidentemente doveva esistere una distribuzione più efficace. Purtroppo la fortuna commerciale di Wandrè andò velocemente spegnendosi in corrispondenza con la diffusione anche al di fuori degli Stati Uniti dei grandi marchi americani (e ci risiamo…). Nel 1969 la produzione cessò e la fabbrica (costruita da lui in una originalissima forma circolare), venne chiusa. In seguito Pioli si dedicò alla creazione di abbigliamento in pelle, fino alla sua scomparsa, avvenuta  nell’agosto del 2004.

Oggi le chitarre di Wandrè hanno un loro spazio in quel mondo for fanatics only che è il mercato mondiale delle chitarre vintage.  Si narra di quotazioni con picchi attorno ai 50.000 euro. A conferma del valore e dell’originalità degli strumenti di Wandrè, il produttore californiano Eastwood (www.eastwoodguitars.com), specializzato in repliche di strumenti degli anni cinquanta e sessanta, ha recentemente messo in commercio alcune riproduzioni dei modelli più celebri dell’artista di Cavriago, mentre su internet diversi siti raccolgono foto, informazioni e blog sulle Chitarre originali di Wandrè (per tutti www.fetishguitar.com, preziosa fonte di informazioni e di immagini rare). Ma la celebrazione finale è venuta qualche anno fa, nientemeno che ad opera della Bibbia dei collezionisti fanatici, la rivista americana Vintage Guitar Magazine, che ha dedicato la copertina del suo numero di dicembre 2005 proprio al nostro Wandrè, con il significativo titolo, appunto, di “Sparkle and Glitter”. Grazie di tutto, Antonio Pioli da Cavriago.

 

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