*/?>
ruMORE

VIAGGI NEI LUOGHI DELL’ANIMA

6 Ottobre 2014
Print Friendly, PDF & Email

Arcipelago del mondo antico di Mimmo Jodice
Territorio dello spirito di Kenro Izu
Fotografía de los Andes 1890-1940

“…Fragili marmi, invece sono riemersi consunti, mangiati, corrosi, adorni di barocche volute scolpite dal capriccio dei flutti, incrostati di conchiglie come le scatole che si compravano sulle spiagge della nostra infanzia. La forma e il gesto imposti dallo scultore non sono stati per queste statue che un breve episodio tra la loro incalcolabile durata di roccia nel grembo della montagna, e poi la lunga esistenza di pietra deposta sul fondo delle acque. Esse sono passate per questa decomposizione senza agonia, perdita senza morte, sopravvivenza senza resurrezione quella appunto della materia consegnata alle proprie leggi; ma non ci appartengono più. Come quel cadavere di cui parla la più bella e misteriosa delle canzoni di Shakespeare, esse hanno subito un mutamento oceanico dovizioso non meno che strano. Il Nettuno, buona copia di bottega, destinato ad adornare il molo di una cittadina i cui pescatori gli offrivano le primizie delle reti, è disceso nel regno di Nettuno. La Venere celeste e quella dei quadrivi è divenuta Afrodite dei mari”.

Marguerite Yourcenar
Il Tempo, grande scultore” (1954)
in Il tempo, grande scultore, Torino, Einaudi, 1994, pp.51-55.

 

Fondazione Fotografia di Modena inizia la stagione 2014/2015 con tre mostre dedicate ai luoghi sospesi, narrati in maniera apparentemente differente dagli autori.

Per vedere queste immagini si deve ripercorrere, in parte, la storia della fotografia – poiché ad essa appartengono – cercandone le origini e la primigenia dove antenati geo_fotografi hanno incontrato le testimonianze delle antiche civiltà, de facto i primi viaggiatori nel tempo a restituirne una cronaca del visibile: Henry Arnoux, Antonio Beato, Felix Bonfils, Francis Frith, Roberto Vittorio Lanzone, James Robertson, J.Pascal Sebah, pionieri di misteriose rovine.
I loro reportage dall’Egitto hanno iniziato al mondo delle antichità schiere di appassionati, collezionisti di vedute e fotografi.

Alle origini del mito

Passa quasi un secolo prima che Edward Steichen ed Herbert List catturino una visione dall’Ellade, di ciò che rimane del mondo greco e dell’idea di un esperimento della perfezione – quello messo in atto nell’Atene di Pericle – che modifichi sensibilmente il modo di avvicinarsi all’insieme delle rovine rimaste giacenti ai nostri occhi. L’epifania di una nuova lettura. La volontà di uno sguardo non passivo.
La dea della casualità guida l’incontro tra Steichen e Isadora Duncan diretta ad Atene.
Le fotografie che hanno luce e che raffigurano Isadora e Teresa Duncan danzanti sull’Acropoli rimangono scritte per sempre nella storia della fotografia.
La danza delle due ballerine impressa sul materiale sensibile è indimenticabile, accende il mito, sfida l’Olimpo degli dei, perpetuandone la cronaca.

Le divinità della luce guidano Herbert List e il Mito rivelato nelle sue splendenti fotografie, è l’applicazione pratica di un suo pensiero: ‘L’arte figurativa è intuizione resa visibile’.
List enormemente influenzato dal fascino dell’antichità classica e del mondo greco in particolare, lavora per ‘cogliere il Magico dell’apparenza delle immagini’. Un assunto metafisico che applicato alle sue straordinarie realizzazioni fa pensare ad un ‘Realismo magico’. Ciò che interessa di List è la parte del lavoro che ha dedicato alle rovine, la sua versione dell’archeologia “in cui viene evocata una visione dell’Ellade classica immersa nella luce e nella bellezza”, dove ogni traccia del XX secolo è bandita, cancellata.

Da List trae spunto Bruce Weber per le fotografie realizzate per la campagna dell’intimo Calvin Klein 1982. Il fotografo americano si reca a Santorini sulle tracce di List alla ricerca di due teste in gesso fissate in una celebre immagine. Non riesce nella sua missione archeologica ma trova l’atmosfera ideale per reincarnare, nella luce, il sogno mitico di un corpo classico, scultoreo.

Passione per il corpo, potenza elettrica ed emotiva del manierismo, emergono dalle opere e dalla vita di Robert Mapplethorpe che ha descritto la fotografia come “il modo perfetto per fare una scultura”. Nella mostra ‘Robert Mapplethorpe and Classical Tradition, Photographs and Manierist Print’, è messo in risalto quanto l’ideale classico sia stato per lui una fonte di ispirazione poetica ed un modello di vita da emulare. Un combinato armonico di eccellenza scultorea con magistrale fotografia.

Le sue composizioni in bianco e nero sono meticolosamente pensate e riflettono una lettura dettagliata di gesti tratti dall’antichità e dalla perfezione di Michelangelo, oppure da artisti come Auguste Rodin, con cui ha condiviso un modello di sensualità.

I medium

Anche per Pierre de Fenoyl la fotografia è stataun particolare stile di vita, uno stato di grazia, reattività, disponibilità, e il momento fotografico, un rituale. Ha ideato La Chronophotographie, ou l’Art du temps, ovel’essenza della fotografia non è per lui né spazio né luce ma assorbimento imparziale e invisibile del tempo, dove i toni scuri e il nero profondo creano un altrove visibile.

Mimmo Jodice, che da circa trent’anni fotografa le rovine sparse sulle terre che si affacciano al Mare nostrum pone al centro della sua ricerca il collegamento, la linea diretta che ci mette in comunicazione con l’antichità.

La sua città natale Napoli, dove tuttora risiede, è da sempre punto di partenza e di arrivo della sua ricerca. Di Napoli ha raccontato negli anni anche temi di attualità quali il colera, il terremoto, il disagio sociale per poi, a un certo punto, eliminata la presenza dell’uomo, riappropriarsi degli spazi, delle architetture e infine dei ruderi romani. Narrazioni e cronologie raccolte nei volumi Tempo interiore e Mediterraneo.

Le sue sapienti fotografie di statue, frammenti, architetture, paesaggi sono il medium che ci permette il contatto con il mondo antico facendo rivivere eroi e miti in un tempo sospeso.

Arcipelago del mondo antico, presentato a Modenaattraverso cinquanta opere, in maggioranza mai esposte prima, restituisce un’idea di civiltà e di rigore contrapposta al degrado della nostra attuale epoca. Stampe in un bianco e nero ricercato e di effetto in cui la maestria in camera oscura diviene un elemento portante di narrazione. La distanza che si frappone tra noi e l’arte dei nostri precursori è raffigurata da un movimento di mosso, di sfocatura intenzionale che la rimarca.

Un viaggio nel tempo non garantisce mai un approdo visivo sicuro e Il Compagno di Ulisse ne racconta sulla pelle una testimonianza efficace e perentoria mentre Nettuno ci guarda e ci ammonisce di quello che sarà del nostro transito terreno.

Una Venere e una Amazzone portano sul volto i segni del tempo, di un passato che non è più e forse inutilmente rincorriamo?

Dell’eterno errare

Il fascino dell’eterno deve avere molto influenzato il lavoro di Kenro Izu. I suoi Territori dello Spirito narrano, come nelle favole, del rapporto tra umano e divino, incarnato nei monumenti dedicati dagli uomini alla sacralità. Un lungo lavoro che ha portato Izu ad esplorare con la sua ingombrante attrezzatura fotografica i più importanti luoghi sacri del pianeta.

Ha iniziato nel 1979 dalle piramidi d’Egitto scoperte attraverso le fotografie di Francis Frith ed ha proseguito instancabilmente il suo cammino portandosi ai confini del mondo.

In mostra oltre sessanta raffinate composizioni che rimandano molteplici messaggi. I territori fotografati difficilmente raggiungibili sono luoghi dello spirito, sono il contatto terreno con le divinità: Izu li cattura e li plasma al suo volere fissandoli sul materiale sensibile. Fotografie solenni composte dietro l’obiettivo di una macchina di grande formato che gli permette l’uso di un negativo 30×50 centimetri, ideale per le sue laboriose stampe a contatto al platino. La tecnica di realizzazione, dal negativo alla stampa, è lunga, severa, manuale, preziosa e strettamente legata al messaggio del fotografo: la durata nell’eternità.

Una tecnica old style ripresa da grandi maestri quali Paul Strand, Alfred Stieglitz, Irving Penn per fotografare monumenti: Sakkara, Stonehenge, Angkor, Taksan, Borodbur, Kailash, Carnac e altri.

Nel lungo interminabile elenco dei suoi luoghi Kenro Izu raccoglie cimeli architettonici che il trascorrere del tempo compenetra alla natura che li circonda divenendo indistinguibili sculture.

Il cerchio si chiude

L’esposizione Fotografía de los Andes 1890-1940 curata da Jorge Villacorta, chiude il percorso ed è la terza mostra visitabile in ordine di ‘apparizione’. Le cinquanta fotografie della raccolta, provenienti da collezioni private, raffigurano il mondo andino di inizio secolo dove le differenze di classe tra gli indios e i bianchi risultano evidenti.

Il tema del viaggio si ambienta in spettacolari vedute di città e paesaggi archeologici e naturali accanto a delicati ritratti che raffigurano anche le comunità indigene. Si alternano dietro la macchina da presa autori come Martín Chambi (1891-1973) senz’altro il fotografo più noto presente in mostra Max T. Vargas (1874-1959) Miguel Vargas (1886-1976) conosciuti come los Hermanos Vargas che radunarono intorno a loro artisti come Enrique Masías (1898-1928) e Guillermo Montesinos (1877-1925). Presente nella selezione anche l’italiano Luigi Domenico Gismondi (1872-1947) nato a San Remo ed emigrato in Perù nel 1891.

Un ritorno all’indietro nel tempo a quegli antenati fotografi di fine ottocento che iniziarono la storia della fotografia. Le prime vedute di zone archeologiche e di paesaggi incontaminati insieme a più recenti interpretazioni, riunite nel tema del viaggio interiore di ciò che di impalpabile rimane sulla carta fotografica una volta che il processo di acquisizione si è compiuto.

Accanto a queste fotografie volti contemporanei di quei primi viaggiatori del tempo che faticosamente, a dorso di mulo e con attrezzature arcaiche hanno fissato per primi un lampo di eternità rimasto per un attimo in sospeso tra questo e il mondo che ci attende.

 

 

 

Fondazione Fotografia Modena

Arcipelago del mondo antico di Mimmo Jodice
Territorio dello spirito di Kenro Izu
Fotografía de los Andes 1890-1940

25 settembre 2014 – 11 gennaio 2015

sede espositiva
Foro Boario
Via Bono da Nonantola, 2
Modena
T +39 335 1621739 biglietteria@fondazionefotografia.org

orari di apertura
martedì-venerdì 15-19
sabato-domenica 11-19
lunedì chiuso

biglietto di ingresso
(valido per tutte le mostre in corso)
€ 5,00

 

 

 

Share

Commenti chiusi.